KALI, COLEI CHE È IL TEMPO

Di Inanna Adamas

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Le religioni e i riti – Le fedi
Parvati, Shakti, Kali: sono alcune delle differenti denominazioni con le quali la mitologia induista identifica princìpi divini femminili, caratterizzati da attributi di grande potenza e capacità di dominio sulla vita e la morte.
La Divina Madre e i suoi umani figlioli sono legati da una relazione d’amore esclusivo. Kali, la Madre Oscura, è una delle divinità per le quali i fedeli riservano un particolare affetto, nonostante il suo aspetto terrificante.
Kali è l’aspetto feroce e spaventoso della dea Durga, il cui nome significa l’inaccessibile, la quale impersonifica l’energia divina, la Shakti, del dio Shiva, di cui Kali è la consorte. Ma a sua volta Shakti rappresenta la furia poderosa di tutte le divinità maschili, la furibonda protettrice del giusto e distruttrice del malvagio.
Kali assume la forma e la popolarità di poderosa dea nel V-VI secolo d.C. con la composizione del testo Devi Mahatmya, nel quale si narra come nacque dal sopracciglio di Durga, durante una terribile battaglia di questa contro il demone Raktabija.
Kali se lo mangiò, ma fu coinvolta nella furia distruttrice fino al punto di trucidare e distruggere tutto ciò che le si presentava d’innanzi. Per fermarla il dio Shiva si gettò sul suo cammino; scossa dalla situazione, la dea restò a bocca aperta e interruppe il massacro. L’iconografia, che la vede sempre con una enorme lingua a penzoloni e almeno un piede sul corpo di Shiva, fissa questa immagine mitologica.
Kali è rappresentata probabilmente come la più feroce divinità del mondo: 4 braccia o più, nelle mani spade e teste recise di demoni. Teste che spesso sono anche i suoi orecchini, sostituite a volte da cadaveri di neonati, una ghirlanda di teschi la sua collana, un gonnellino di braccia umane il suo unico vestito. La lingua estroflessa, gli occhi rossi, il viso e i seni coperti di sangue e la posa nella quale calpesta Shiva, la rendono particolarmente temibile alla vista.
Ma queste caratteristiche sottintendono in realtà simbologie positive; la sua carnagione scura indica la sua natura trascendentale e omnicomprensiva. ” Come tutti i colori spariscono nel nero, così tutti i nomi e le forme spariscono in lei”, recita il Mahanirvana Tantra. La sua nudità è primordiale e trasparente come la Natura, perchè Kali è libera da illusorie coperture, da false consapevolezze. La ghirlanda di 50 teschi rappresenta le 50 lettere dell’alfabeto sanscrito, simbolizzando infinita sapienza. Il gonnellino di braccia tranciate rappresenta il lavoro e la liberazione dal ciclo delle rinascite, i bianchi denti la sua purezza interiore, e la rossa lingua indica la sua natura onnivora per “tutti i sapori del mondo”, che le farà ingoiare il male e i pensieri negativi dei fedeli.
La sua spada distruggerà le illusorie consapevolezze, taglierà i legami degli umani col karma. Shiva, prostrato sotto i suoi piedi, ricorda che, senza Shakti, anche Shiva è inerte. I suoi tre occhi rappresentano passato, presente e futuro ed il suo nome deriva da Kala, Tempo, in Sanscrito usato anche come un eufemismo per Morte.
Kali è conosciuta con diversi nomi e altrettanti aspetti, tra cui Bhadra Kalì dall’aspetto più gentile e Shyamashana Kali, che vive nei luoghi di cremazione dei defunti. I riti induisti prevedono una importante celebrazione per Kalì, la festa di Navaratri, durante la quale i fedeli si dedicano a pratiche penitenziali ma anche a festeggiamenti in onore della dea. La particolare devozione di una società segreta, i Thug, ha creato una specie di leggenda nera intorno alla dea: i banditi Thug praticavano infatti sacrifici umani da offrire a Kalì.
Kali rappresenta l’ambivalenza della divinità, che si manifesta, secondo la tradizione induista, nell’ incessante ciclo di vita e morte, creazione e distruzione. La dea nera trancerà l’ingannevole ego dei fedeli se sollecitata in tal senso: ma non garantisce che il processo sarà indolore.

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