LA PIANTA DELL’IMMORTALITÁ, IL SERPENTE, GILGAMEŠ

Di Inanna Adamas

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Alla fine del racconto, Utanapištim disse a Gilgameš: – Quanto a te, Gilgameš, chi riunirà a consiglio gli dèi per darti quella Vita che cerchi? Ma se vuoi, vieni e tenta la prova: non hai che da vincere il sonno per sei giorni e sei notti.
E mentre Gilgameš stava lì accosciato, una nebbia di sonno fluttuò su di lui.
Allora Utanapištim disse alla moglie di fare ogni giorno un pane e di porlo accanto al corpo di Gilgameš. Così ella fece.
Al settimo giorno, Gilgameš si svegliò e disse a Utanapištim: – Mi ero appena addormentato che subito mi hai svegliato.
Ma il vecchio gli indicò i pani posati accanto a lui, di cui il primo era duro, il secondo come cuoio, il terzo fradicio, il quarto andato a male, il quinto gommoso, il sesto fresco e il settimo ancora sulla brace.
Conta questi pani e saprai quanti giorni hai dormito. Come pretendi di vincere la morte se non sei in grado di vincere il sonno?
Gilgameš sospirò. – Che cosa farò, Utanapištim, dove andrò? Già il ladro nella notte ha ghermito le mie membra, la morte abita nella mia camera. Ovunque andrò la morte mi troverà.
Utanapištim prese con sé Gilgameš e lo condusse ai lavatoi perché si togliesse di dosso la sporcizia del suo lungo cammino e gli diede nuove vesti. Quando Gilgameš, rivestito e rifocillato, tornò alla barca di Uršanabi, Utanapištim gli disse: – Gilgameš, ti rivelerò una cosa segreta. C’è una pianta che cresce sotto l’acqua, la Pianta dell’Irrequietezza, detta Vecchio-torna-giovane. Ha spine come il rovo. Ferirà le tue mani, ma se riuscirai a prenderla sarà la tua salvezza, perché ha la virtù di ridare agli uomini la gioventù perduta. Non è proprio la Vita che cerchi, ma può comunque aiutarti a tenere lontana la vecchiaia e la morte.
Gilgameš ripartì con Uršanabi. Arrivato nel punto indicatogli, si legò ai piedi pietre pesanti e si tuffò dalla barca. Trascinato dalle pietre sul fondo del mare, Gilgameš vide la pianta che cercava. La afferrò e le spine gli ferirono le mani, ma l’eroe, incurante del dolore, riuscì a strapparla. Tagliò le funi che lo ancoravano alle pietre e tornò in superficie. Mostrò la pianta a Uršanabi e disse:
Porterò questa pianta a Uruk dalle forti mura, lì la darò da mangiare ai vecchi, i quali torneranno giovani e forti. Infine ne mangerò io stesso e riavrò tutta la perduta gioventù.
Dopo un lungo viaggio, si fermarono per la notte, presso un pozzo di acqua fresca. Mentre Gilgameš si bagnava nel pozzo, un serpente sentì la dolcezza della pianta poggiata sulla riva, si avvicinò e la mangiò. Subito, l’animale perse la pelle, tornando giovane, e fuggì via. Quando Gilgameš si accorse del fatto, pianse a lungo, sconsolato.
O Uršanabi, è per questo che ho faticato con le mie mani, è per questo che ho spremuto il sangue del mio cuore? Per me non ho guadagnato niente; non io, ma questa bestia della terra ne gioisce!
E così fu che Gilgameš perse l’immortalità.

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