Messico: La piramide di Kukulkan nel sito di Chichen Itza rivela un segreto per gli scienziati

Di E.din: la terra degli anunnaki

L’articolo desta molto interesse e va analizzato con estrema attenzione. Gli elementi ritrovati in quest’ultimo anno sul sito in oggetto (le tracce di mercurio e la presenza di un bacino d’acqua sotterraneo) potrebbero fornirci dei tasselli molto concreti per tutte quelle ipotesi che vedono nelle strutture piramidali di un certo calibro, un funzionamento diverso dal semplice edificio a scopo cerimoniale. Tutti questi elementi potrebbero rafforzare il pensiero di una struttura atta alla produzione di energia o che possa riferirsi a funzioni associate alla ionizzazione (come letto in altri recenti precedenti articoli)? Chichen Itza può essere l’esempio più lampante e pratico di come, attraverso prove più “fresche” e “incontaminate” dal punto di vista cronologico, rispetto alla “sorella più anziana” di Giza(?), di come tali strutture possano celare in se fortemente e concretamente una testimonianza di un’avanzata conoscenza tecnologica nel passato? Di sicuro, tutte queste ultime scoperte continuano a stridere sempre (e forse di più) con quanto venga continuamente affermato dalla scienza accademica, che vede, anche in questo caso specifico nella presenza di acqua, una funzionalità prettamente magica e simbolica. Lecitamente, può anche essere logica conclusione a certi prerequisiti di assunzione, ma per il mercurio come la mettiamo? Lo tralasciamo? O come in altre innumerevoli occasioni, più semplicemente lo ignoriamo? Forse sarebbe stato meglio che non fosse stato li…….. Continua a leggere

GLI OBELISCHI COME IONIZZATORI?

Di Diego Berzaghi

Si Ringrazia il gruppo facebook Impronte degli Dei (https://www.facebook.com/groups/1421044901507794/) nella persona di Miry Bell per la gentile concessione nel pubblicare l'articolo

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Gli obelischi funzionano in base a un identico principio.
Sono pilastri fatti di pietra cristallina con un pyramidion in oro, argento o rame posto sulla sommità, e sono siti al di sopra di acque sotterranee.
Un obelisco è di fatto uno ionizzatore d’aria.
Il succitato principio è stato applicato ad antiche chiese e moschee, costruite utilizzando pietra dall’elevato contenuto cristallino.
Campanili e cupole di chiese e moschee erano in massima parte fatte di rame, argento od oro, e quasi tutte queste antiche costruzioni venivano situate al di sopra di corsi d’acqua sotterranei – fonti naturali di ioni negativi.
Anche all’interno di queste chiese e moschee è avvertibile una proficua ionizzazione negativa.

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LO ZED EGIZIO. O FORSE NON SOLO EGIZIO ? – PARTE I

Di Fabio Garuti

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Lo ZED, o DJED, è un oggetto su cui sono stati versati letteralmente oceani di inchiostro. Raffigurato e riprodotto molto spesso nell’antico Egitto, è costituito da una sorta di colonna rastremata ( ossia base più larga che va restringendosi) con di norma quattro barre trasversali poste nella parte superiore della colonna. Un oggetto che è stato da sempre considerato la “raffigurazione della spina dorsale di Osiride” nota divinità Egizia. Il tutto somiglia ad una sorta di pilastro, per la verità, ed in effetti tale doveva essere anche considerato, in quanto l’essere fortemente rastremato conferiva al tutto una indubbia idea di stabilità. Va detto, ad onor del vero, che su detto ZED esiste comunque una certa confusione, se mi è concesso il distinguo. A volte viene considerato, appunto, un oggetto a se stante, a volte viene invece identificato come ciò che è posto all’interno della Grande Piramide di Giza, ossia una inspiegabile serie di intercapedini create dalla sovrapposizione di lastre di pietra molto pesanti. Francamente il tutto non è stato mai ben chiarito, come sempre accade quando un qualcosa ha un vago sapore tecnologico. Lo ZED puà benissimo rappresentare un ricordo di antichissima tecnologia, ma non è questo ciò di cui Vi voglio parlare. Sposto completamente l’ottica della discussione e Vi pongo un quesito : se mai fossero rinvenute in qualche altro sito piramidale ulteriori testimonianze di oggetti simili, cosa escogiterebbe l’archeologia tradizionale ? Dopo aver propugnato per decenni l’idea dello ZED quale oggetto assolutamente e rigorosamente Egizio ? Probabilmente ciò che accade per le Piramidi Cinesi ed il resto che già sapete : negare, e negare sempre. Non faccio commenti ulteriori e Vi lascio alle immagini. Chi vuole fare ricerca seria, non ha bisogno di parole: mostra immagini e lascia al senso critico di ogni appassionata ed appassionato la voglia ed il desiderio di valutare in proprio. Queste immagini sono di provenienza Egizia, Maya e Mixteca, (da Codici del 1.500 circa). Se non sono ZED mi si dica che cosa rappresentano. Forse antenne poste al di sopra delle piramidi ? Possibile, certamente. Ma che siano di esclusiva pertinenza Egizia comincio a vederla abbastanza difficile.

SITI ARCHEOLOGICI NON PERVENUTI – ABYDOS (Egitto)

Di Fabio Garuti

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Abydos, Egitto, antichissima città le cui origini si perdono letteralmente nella preistoria ( la versione ufficiale è questa…), è molto meno famosa di Giza, eppure dovrebbe essere notissima, dato che racchiude nel proprio perimetro alcuni misteri fino ad oggi del tutto irrisolti, e che forse, grazie ad una visione finalmente nuova dell’archeologia, possiamo riuscire a comprendere. Inutile dire che il sito è conosciuto solo in modo “vago”, ossia senza entrare in dettaglio; il motivo è semplice : bisognerebbe trovare e dare spiegazioni troppo innovative. Ebbene, ci proviamo noi, affrontando il mistero principale di questo luogo magico : la tomba del sovrano Seti I°; costui, Faraone della Diciannovesima Dinastia, non si fece “costruire” una piramide come quelle della Piana di Giza tradizionalmente attribuite ai propri illustri predecessori vissuti circa un migliaio di anni prima, bensì optò per una normale serie di locali di buona fattura ma soprattutto ben contestualizzati con le reali capacità tecniche del tempo, a differenza dei colossi di Giza, appunto. Eppure di stranezze ce ne sono, e sono davvero parecchie. Proviamo a notarne qualcuna insieme:

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La vera natura del “magico Shamìr” di Inanna Adamas – Parte II

Di Inanna Adamas

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LO SHAMIR E I SUOI PARENTI

Oltre agli animali fantastici, dei quali le antiche tradizioni abbondano, tutti i miti parlano spesso e volentieri di varie piante dalle magiche proprietà, purtroppo di difficile identificazione perché citate con nomi diversi e descritte in modo ambiguo. Il motivo è semplice: a differenza dagli animali favolosi, che compaiono sulla scena autonomamente, dotati come sono di esistenza e volontà proprie, le piante “prodigiose” si possono cercare, raccogliere ed utilizzare per gli scopi ai quali si crede siano adatte, e chiunque lo può fare. Tutta l’antica farmacopea è basata su questo. Ma è ovvio che, se l'”iniziato” intende conservare il potere che gli deriva dai suoi speciali “filtri” o “pozioni” (d’amore, di morte, di forza o d’immortalità), deve mantenerne segreti non solo i procedimenti di preparazione, ma innanzitutto gli ingredienti, e nella fattispecie le piante che li compongono. Troviamo quindi una quantità di vegetali capaci di prestazioni eccezionali in ogni campo, ma sfortunatamente non riconoscibili, o per via di informazioni scarse e/o fuorvianti, o perché realmente ormai estinti e introvabili. Tale era per esempio la misteriosa pianta subacquea che “ha spine come il rovo, come la rosa”, trovata da Gilgamesh in fondo all’Abzu (ma in seguito perduta), e che avrebbe dovuto restituirgli la svanita giovinezza. Oppure l’altrettanto enigmatica “pianta del parto” o “della nascita”, che avrebbe consentito ad Etana (secondo la “Lista reale Sumerica”, tredicesimo re di Kish dopo il Diluvio) di avere finalmente dalla sua sposa un erede, e per cogliere la quale – primo essere umano nella storia – quel sovrano volò fino in cielo sulle ali dell’aquila. Ma moltissime altre sono, nelle leggende, le piante miracolose (22). E vedremo poi che con impressionante frequenza ad esse è associato un qualche volatile, dotato anch’esso di inusuali caratteristiche e spesso di grandi dimensioni. Nel sud dell’Iraq e nell’Iran occidentale, le tradizioni dell’antichissima religione dei mandei, o sabei, parlano appunto del grande uccello Simurgh, che ha profonde conoscenze di saggezza segreta e che possiede un elisir che guarisce tutte le ferite, purifica ogni sostanza, ringiovanisce il corpo, prolunga la vita e rende invulnerabili. Nei miti iraniani quell’elisir viene chiamato col termine avestico di “haoma” ed è prodotto anche qui da una pianta, forse da una liana rampicante della famiglia delle Gnetacee, l’Ephedra, che cresce in cima ai monti o nelle valli più nascoste; ma potrebbe essere stato estratto anche dal fungo Fly-Agarico, allucinogeno usato dagli sciamani da 10.000 anni e letteralmente adorato come un dio (o era, magari più verosimilmente, alcool?). L'”haoma”, che fortifica e dà poteri soprannaturali ma ha anche effetti intossicanti, viene custodito, in questa versione, dall’uccello Saena, che lo concede agli dei ed in qualche caso anche agli uomini, ma solo a quelli particolarmente meritevoli. Per gli indù è invece il mitico Garuda, mezzo gigante e mezzo aquila, che gestisce l’Ambrosia o Amrita, nettare inebriante o “soma” (in sanscrito; corrisponde all'”haoma”) importantissimo nei riti della religione vedica, che dà poteri superiori agli dei “asura” e li rende immortali. Pure in questo caso, il “soma” è tratto da una pianta – generalmente identificata con una liana rampicante della famiglia delle Asclepiadacee – che cresce su di un albero, vicino al Monte Elburz dove vivevano gli uomini-uccello, noto solo a questi. E’ probabile che alla base di questo mito ci sia una antica origine comune con l'”albero della vita” della Genesi, che avrebbe reso gli uomini onniscienti, immortali e simili agli dèi. Come si vede, l’àmbito geografico di diffusione di questa leggenda (o meglio corpus di leggende, che vede protagonista di un qualche “portento” un pennuto cui è affidata la custodia di una pianta prodigiosa) è assai vasto, spaziando dalle rive del Mediterraneo (attraverso l’Asia Minore, l’Anatolia e la Mesopotamia, fino alla valle dell’Indo) a quelle dell’Oceano Indiano. E non solo, poiché la ritroviamo perfino nelle lontane Americhe. Quanto poi alla sua antichità, si perde nella notte dei tempi. Ma ciò di cui più in particolare volevo parlarvi sono i “parenti” dello Shamìr, anch’essi sparpagliati un po’ in ogni dove; e non solo nel Vecchio Mondo, giungendo fino al Giappone, bensì – inaspettatamente – pure nel Nuovo, in Perù, Guatemala, Messico, Bolivia, per non citare che gli esempi che ho potuto vedere con i miei occhi. E ora la cosa si fa ben più interessante, e dobbiamo dire che siamo molto fortunati, perché infatti abbiamo il vantaggio di poter disporre non solo dei documenti scritti che riportano favole e leggende, ma di antichissimi manufatti realizzati con tecniche riconducibili soltanto alle affermate proprietà dello Shamìr. Tutti li conoscete. Mura megalitiche fatte con blocchi di dimensioni mostruose messi in opera con precisione millimetrica, inumana. Minute, delicatissime incisioni su pietre di estrema durezza. Oggetti, in pietra altrettanto dura, lavorati come fossero modellati in creta. Senza attrezzi metallici, come voleva Salomone, poiché metalli adatti non ce n’erano. Ma andiamo con ordine. Una leggenda iraniana senza tempo narra, tra le altre cose, che il re Zal appena nato fu “esposto” dal padre ed allevato – guarda caso – dal “nobile avvoltoio” Simurgh, il quale in questo racconto ricopre anche (in occasione della difficile nascita del figlio di Zal: si parla nientemeno che del primo taglio cesareo della storia) il ruolo di ostetrico, chirurgo e perfino anestesista. Ma ciò che qui più importa è che tanto Zal, una volta salito al trono, che la sua sposa “splendevano” per la presenza di un'”essenza divina”, chiamata “farr” o “khvarnah” (“Fortuna del Re” e “Gloria di Dio”), la quale permetteva di scavare le sostanze più dure, forgiare metalli e addirittura conoscere la natura di Dio. Senza di essa, tangibile simbolo dell’investitura celeste, un re non poteva regnare. Sull’altopiano anatolico, a Catal Huyuk (la cui età di almeno 8500 anni è documentata, oltre che dalla datazione al carbonio 14, da un “murale” che rappresenta l’eruzione – avvenuta nel 6200 a.C. – su quella città del vulcano dalle due cime Hasan Dag), una cultura molto progredita, la quale già praticava la metallurgia del rame e del piombo, comparve all’improvviso: sorprendentemente, il minerale più usato, e trattato con notevole perizia tecnologica, era l’ossidiana, che nella “scala delle durezze” di Mohs occupa il settimo posto. Vi pare normale? Ma quel materiale, importato dalle stesse zone, veniva lavorato circa a quell’epoca anche a Gerico dai natufiani proto-neolitici, e ancor prima (fin dal 10.000 a.C.) sui Monti Zagros, a Nimrud Dag, in Armenia, sul Lago Van. La finissima esecuzione di lavori in ossidiana è anche una delle più salienti caratteristiche della cultura che in Cappadocia, a partire dal 9500 a.C., costruì qualcosa come 36 città sotterranee articolate su 18-20 livelli e in grado di ospitare una popolazione da 100.000 a 200.000 anime. Scavate nella viva roccia, le abitazioni (che i locali chiamano “camini delle fate”, poiché le credono opera degli “angeli caduti” e tuttora abitate dagli Jinn o dalle Peri ) sono collegate fra loro da una rete di tunnel alti anche più di due metri, e oltre a ciò sono aerate da numerosi condotti di ventilazione, lunghi molti metri e con un diametro medio di 4 centimetri. Scavati come? Ma è soltanto qualche millennio più tardi, quando improvvisa poco dopo il 4000 a.C. esplose la grande civiltà del “Paese fra i due fiumi”, seguìta dappresso da quella egizia, che ebbe inizio in questa parte del mondo allora conosciuto quella straordinaria produzione di oggetti d’uso ma più che altro di opere d’arte in pietra, che ci lascia tuttora ammirati, ma anche perplessi e sconcertati per la sua incredibile accuratezza in rapporto agli utensili (o almeno a quelli a noi noti) di cui si presume l’impiego. Perché qui, signori miei, si sta parlando di incisioni – figure e scritte – delle dimensioni massime di un paio di centimetri, eseguite sul quarzo (durezza 7), sul diaspro (idem), sull’onice di pietre da sigillo o da ornamento, in gran parte riportate alla luce dagli scavi in Mesopotamia e in Egitto (23): iscrizioni il cui spessore a volte non supera 0,16 millimetri. Mentre ci è difficile persino raffigurarci la misura e l’aspetto del morsetto che necessariamente doveva tenerle ferme durante il lavoro del bulino, è stato calcolato che quelle pietre debbono essere state lavorate con punte resistentissime da mm 0,12. Di che materiale? E di che materiale erano fatti gli strumenti con i quali venne scolpita la statua in diorite di Gudea di Lagash, che ha più di 4000 anni? O la stele famosa del Codice di Hammurabi, di poco posteriore, dove il basalto nero è tutto coperto da una minutissima e nettissima scrittura cuneiforme che pare impressa nell’argilla o nella cera? Tutti questi manufatti e infiniti altri – meravigliosi nell’aspetto e di fattura perfetta – sembrano eseguiti con la massima facilità, come se la solida pietra fosse stata semplicemente plasmata, e non violentemente colpita con rozzi attrezzi primitivi, tenacemente scavata, levigata e lucidata per un tempo interminabile. Parrebbe che quei materiali avessero subìto una lenta, silenziosa dissoluzione chimica, piuttosto che l’aggressione di un impatto meccanico. Un testo specifico (“Le pietre magiche”, di Santini De Riols) ci dice che per lavorare queste pietre destinate al culto veniva usato un “punteruolo consacrato”; ma non riesco davvero a immaginare di che tipo di attrezzo si trattasse. L’unico modo conosciuto per intervenire su materie di quella durezza è quello di scalfirle – con santa pazienza oppure, al giorno d’oggi, utilizzando altissime velocità di rotazione – con un arnese di forma adatta, fatto di qualcosa di ancora più duro. Ma non esistono molte sostanze più dure di quelle sopra citate, anzi non ne esiste alcuna tranne il diamante che le vince tutte, ma che però a quel tempo non veniva ancora normalmente impiegato. La Bibbia in alcune delle diverse versioni che riportano l’elenco delle gemme del pettorale di Aronne cita, è vero, anche il “diamante”, ma la cosa è fortemente improbabile per vari motivi: benché ritenuta anch’essa carica di energie misteriose, questa pietra non era usata innanzi tutto perché la tecnica non aveva fino ad allora raggiunto (e non l’avrebbe fatto per un lunghissimo tempo ancora) il livello indispensabile per saperla tagliare; in secondo luogo, le pietre colorate piacevano molto di più del cristallino e incolore diamante, che dà ben poca soddisfazione all’occhio a meno che non sia adeguatamente sfaccettato. E comunque, stiamo parlando del diamante non in quanto pietra ornamentale, bensì di un suo eventuale uso come strumento di lavoro: per cui, anche in questo caso, valgono le considerazioni di alto costo e di difficile reperibilità già sopra esposte. Tanto più se l’oggetto da lavorare era di grandi o magari grandissime dimensioni. L’ingegner Pincherle, che di queste cose se ne intende, afferma invece che su quelle opere sono visibili i segni dello scalpello, che doveva essere di ottimo acciaio (strumenti in rame oppure in bronzo, qualora non si fossero sbriciolati sotto la pressione e l’attrito, avrebbero immediatamente “perso il taglio”, e avrebbero dovuto essere continuamente riparati ed affilati) (24). Abbiamo, però, un piccolo problema. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, al tempo di cui si parla non solamente non esisteva ancora niente di paragonabile a “un ottimo acciaio”, ma il ferro stesso (per quanto riguarda attrezzi ed utensili) era ben di là da venire. Gli unici metalli a quell’epoca disponibili, per quel che troviamo scritto e per quanto l’archeologia ci ha restituito, erano tutti metalli teneri (rame, argento, oro, piombo, stagno, o – nella migliore delle ipotesi – rame martellato e leghe di bronzo), inadatti alle lavorazioni richieste. Ergo, a questo interrogativo tecnico non c’è risposta. E anzi, dobbiamo per di più retrodatare questo mistero ad epoche anche più remote, dato che a quanto pare le prime statue in diorite, eseguite da quelli che erano i migliori tagliatori di quei tempi, cioè gli ioni e i sardiani, risalgono all’epoca di Sargon il Grande di Accad, attorno al 2350 a.C. Che è poi, almeno secondo la cronologia ufficiale, più o meno il periodo in cui in Egitto furono erette le piramidi. Ma qui la datazione d’inizio di questo tipo di lavorazione sprofonda ancor più nel passato. Perché le cose più mirabolanti le troviamo, fin dai primordi stessi di quella civiltà, proprio nell’antico paese del Nilo: una terra dove, a differenza di Sumer o Babilonia, abbondano sia le pietre preziose che, precipuamente, quelle da opera. “Civiltà della pietra”, la chiamano anche infatti. Dai siti di “Naqada” dell’oscuro e lontanissimo periodo predinastico (cultura gerzeana, 3500-3100 a.C.), dalle principesche tombe protodinastiche di Abidos, dai sotterranei della piramide di Zoser a Saqqara sono tornati alla luce quantitativi incredibili (più di 30.000 esemplari solo in quest’ultimo sito) di stupendo vasellame – integro o in pezzi – di svariatissimo disegno, e innumerevoli altri articoli, in ogni sorta di materiale litico. Non solo i più trattabili alabastro, ardesia, scisto o calcare, ma diorite, quarzite, granito (minerale anche in seguito molto amato in Egitto), basalto e loro varietà. I vasi, le coppe e tutti gli altri recipienti rinvenuti, pezzi di grande raffinatezza, con pareti dallo spessore minimo, simmetrici, rifiniti e levigati in maniera ineccepibile, sembrano lavorati al tornio: cosa che si ritiene decisamente impossibile. Molte delle anfore – scavate ed a volte perfino incise all’interno non si capisce come – hanno un collo sottilissimo, elegantemente allungato, e un’imboccatura così stretta che non ci passa nemmeno un dito. Fra i reperti datati al periodo più antico c’è anche una lente di cristallo, talmente perfetta che sembra molata meccanicamente. Il più antico nome di un sovrano ritrovato a Saqqara è quello di Narmer, che fu forse Menes, il leggendario unificatore dei due regni del Basso e dell’Alto Egitto: è inciso su di una coppa di porfido (avete presente il porfido? ci si fanno le pavimentazioni stradali). E di lì in poi – sparse ovunque – decine di migliaia di oggetti piccoli e grandi di tutte le specie, di statue, obelischi (alti fino a 73 metri, dice Plinio), stele, e centinaia di migliaia, anzi milioni di blocchi da costruzione e di rocchi di colonne, e chilometri quadrati di bassorilievi incisi, scolpiti, di geroglifici iscritti su quelle durissime rocce (25). Ora, secondo voi, gli egiziani amavano soffrire e rendersi la vita difficile? Non avrebbero potuto scegliersi, per fare le loro opere d’arte, qualche altro sasso meno ostico? O forse usavano quei materiali perché in realtà non erano poi tanto impegnativi da lavorare – per loro, allora – quanto sembrano a noi oggi? In altre parole, può essere che conoscessero un altro metodo per tagliare, squadrare, dar forma alla pietra, un sistema diciamo così di pretrattamento che si avvaleva di un principio corrosivo, chimico, più che della forza bruta o dell’insistenza? (a me, per la verità, il discorso che “ma avevano tanto tempo a disposizione” è sempre sembrato una grossa sciocchezza). La cosa, date le loro profonde e vastissime conoscenze in ogni campo dell’alchimia, non dovrebbe stupire e non è nemmeno impossibile, come cercherò di dimostrarvi. La tradizione, in effetti, afferma che i “sapienti” egiziani avevano messa a punto (a meno che non l’avessero ereditata o importata da qualche altra zona geografica) una speciale “mistura vegetale” in grado di disgregare superficialmente qualunque – sia pur durissima – roccia o pietra e di trasformarla in una sorta di malleabile pasta (quella sì, lavorabile con i normali strumenti in rame o in bronzo) la quale, una volta evaporato quella specie di “solvente”, si sarebbe ricompattata rendendo all’oggetto l’aspetto e la consistenza originari. Ad appoggiare questa tesi potrebbe esserci più di una prova. Guardate, ad esempio, la precisione di ogni amorevole dettaglio delle sculture a tutto tondo in granito o in basalto, e ditemi se non sembra anche a voi che quei minuziosi particolari siano stati modellati con la stecca piuttosto che scavati a colpi di scalpello. Lo stesso si può dire per la tecnica con la quale nei rilievi di Saqqara il fondo è stato mantenuto perfettamente piano (il che, lasciatelo dire a me, è una delle cose più difficili da fare), dove l’asportazione di tutto il materiale superfluo pare ottenuta livellando o spianando una sostanza cedevole anziché scheggiando con la sgorbia la dura pietra. Parlo però in prevalenza delle opere più antiche, e comunque di quelle più accurate, e presumibilmente più costose. Infatti io penso che più tardi quell’arte andò perduta, o perché l’applicazione di quel metodo era divenuta eccessivamente onerosa, o per la cessata disponibilità di quella materia prima, o per un qualche altro motivo. Tanto è vero che – come si può vedere – mentre agli inizi i simboli geroglifici aggettavano sui pannelli, in seguito verranno più semplicemente scavati nel loro spessore. E che molti dei rilievi successivi, rinunciando a qualsiasi pretesa di profondità, mostrano soltanto una grossolana incisione tutto attorno alle figure le quali, appena vagamente arrotondate ai margini, non emergono per niente dal fondo del quale sono allo stesso livello, per cui tecnicamente non si potrebbero nemmeno più chiamare bassorilievi (26). Ma c’è dell’altro. Tutti sanno che la Grande Piramide, per citare solo quella, è stata costruita a secco, e che i blocchi che la compongono non sono legati con malta. E’ stato trovato però, fra un corso e l’altro dei blocchi e pure tra le giunzioni verticali, un sottilissimo strato di materiale inidentificato, del quale si sa tuttavia che contiene residui vegetali. Era forse quel misterioso “solvente” che, consumando e livellando la superficie irregolare delle pietre, ne consentiva la perfetta sovrapposizione, agendo inoltre quasi come un collante? Possiamo escluderlo? Se fosse vero ciò che vi suggerisco, si potrebbe anche fare l’interessante osservazione che, in tal caso, quanto maggiore era il peso delle pietre sovrapposte, tanto più coerente e solida sarebbe riuscita la costruzione, per via della pressione esercitata che – con l’aiuto della reazione chimica – avrebbe fatto combaciare e, per così dire, cementato assieme quei massi semplicemente appoggiati l’uno sull’altro (come si sa, il peso medio dei blocchi di calcare della Grande Piramide è di circa 2,5 tonnellate, per non parlare di quelli granitici – il cui peso arriva forse a 200 tonnellate – della struttura interna, per la quale rimando agli studi di Pincherle) (27). Usando quel materiale, inoltre, sarebbero stati ben più agevoli di quanto si pensi l’estrazione ed il taglio dei blocchi in cava: un problema al quale tuttora non abbiamo saputo dare spiegazioni davvero esaurienti. Certo che quell’arte – come anche quella di movimentare e sovrapporre massi di peso ed ingombro immani -andò perduta, o venne comunque abbandonata quella tecnica. E come si spiegherebbe se no il fatto che, dopo il periodo di splendore della costruzione delle grandi piramidi in pietra, tutto quel che di “piramidale” ci rimane delle epoche più tarde sono soltanto dei miserabili e informi mucchi di mattoni semicrudi, che piano piano finiscono di disfarsi in polvere sotto lo spietato sole del deserto? Come a Nippur, come a Ur, regni di argilla. Ma torniamo a noi, perché vorrei parlarvi ancora un momento di un solo ultimo esempio di ciò che, a parer mio, può essere stato realizzato unicamente con “qualcosa” che sembra essere fratello gemello del mio Shamìr. Abbiamo già parlato (nota 25) del cosiddetto “sarcofago” posto nella cosiddetta “camera del re” nel cuore della Grande Piramide (cosiddetta “di Cheope”, o Khufu) sulla piana di Giza, perciò del suo aspetto sapete già ogni cosa. Il problema che a me interessa però è solamente quello della realizzazione tecnica di questo oggetto. Per la precisione, della realizzazione del suo interno, poiché di quel sarcofago, o vasca, o cassa che sia (e può aver contenuto, per quel che ne sappiamo, qualunque cosa: oggetti o spoglie mortali), ciò che è più incomprensibile è il come sia stato svuotato. A meno di non accogliere l’ipotesi di Flinders Petrie, il quale in questo caso suggerisce l’utilizzo di seghe tubolari, sempre in bronzo, in cui erano incastonati diamanti, e che avrebbero dovuto estrarre da quel masso “carote” di granito fino a creare lo spazio interno. Purtroppo però Petrie suppone anche che quelle seghe o quei trapani (manuali, s’intende), per poter penetrare la pietra, avrebbero dovuto ruotare o ad una velocità assolutamente impossibile da raggiungere con i mezzi (noti) dell’epoca, applicando inoltre all’attrezzo una pressione o carico di una o anche due tonnellate. Lascio a voi giudicare. Tra le sabbie della piana di Giza sono stati trovati sia fori cilindrici in blocchi di granito che “carote” della stessa pietra (ma non sappiamo se corrispondente a quella del “sarcofago”), che sono state analizzate dal tecnico utensilista Christopher Dunn (28): all’indagine microscopica questi pezzi mostrano un doppio solco elicoidale eseguito con un trapano – o sega tubolare – che procedeva nella roccia con una velocità di penetrazione media di 2,5 millimetri ad ogni rotazione. Si tenga presente che un trapano moderno, che utilizza le tecnologie ed i materiali più avanzati, compie 900 giri al minuto e penetra nel granito ad una velocità di mm 0,05 per ogni giro. Il che vorrebbe dire che i trapani egizi di 4500 anni fa lavoravano a velocità qualche centinaio di volte superiori rispetto a quelle dei trapani attuali. Mossi da quale energia? Dunn è convinto che la risposta si trovi nell’uso di sconosciuti (e perduti) strumenti a ultrasuoni, che utilizzavano vibrazioni ad alta frequenza: ma non vorrei prender posizione a questo proposito, poiché non ho difficoltà ad ammettere la mia ignoranza su tali argomenti. Quello che invece mi ha colpito di più è un dettaglio degli esami condotti da Dunn, dal quale risulta che l’antico trapano a mano tagliò il quarzo che costituisce il granito più velocemente del feldspato, più tenero, che ne è un’altra componente. E vedrete fra poco che, ai fini dell’individuazione di questo “gemello” dello Shamìr, questo è il particolare più importante. Da tutto quanto sopra detto risulta chiara la convinzione sia di Flinders Petrie che di Dunn che siano stati usati particolari macchinari, ma di ciò non ci sono prove. Io penso invece che non di velocità e pressione si trattasse, né di ultrasuoni: il trapano avanzava veloce perché la pietra non opponeva resistenza; e mi pare più che evidente, in ogni caso, che quel tipo di lavorazioni in generale venisse effettuato trattando la pietra secondo le modalità della plastica anziché secondo quelle della scultura propriamente detta. Ci troviamo di fronte, a quanto pare, a un bell’esempio di applicazione del “rasoio di Occam”: ma io credo che la soluzione più semplice – e quindi la più probabile – sia proprio quella che vi propongo. Ma non pensiate – già ve lo avevo anticipato – che quel particolare procedimento fosse prerogativa ed esclusivo monopolio delle culture del Vecchio Mondo quale noi lo conosciamo. Tutt’altro. Dallo Yucatan a Tula, dall’Ecuador al Titicaca, molte culture precolombiane forniscono spettacolari esempi di scultura ed architettura nei quali sono presenti le stesse caratteristiche: produzione di manufatti realizzati, in pietra, senza nessun uso di strumenti metallici, quasi fossero stati plasmati nell’argilla. Piuttosto che di oggetti di dimensioni contenute – ma pure le statue e gli splendidi rilievi maya, olmechi, toltechi, aztechi, preincaici e inca, come le enigmatiche andesiti incise, le cosiddette “pietre di Ica”, fanno parte dello stesso mistero – si tratta qui però prevalentemente (sto parlando, nella fattispecie, degli impressionanti monumenti del Perù) di costruzioni megalitiche, edificate con blocchi di granito che – a mio avviso – sarebbe stato impossibile assemblare con qualunque altro metodo. E non voglio qui entrare nel merito di come diavolo facessero ad estrarre, trasportare e sollevare massi del peso di varie decine e in qualche caso persino di alcune centinaia di tonnellate (problema posto ugualmente dalle consimili strutture egizie, siriane ed altre), limitandomi ad arrendermi di fronte all’evidenza che – in qualche modo – ci riuscivano: l’ipotesi meno sballata che mi viene in mente è forse proprio quella, già citata, dell’uso – anche qui – di frequenze ultrasoniche, ma l’argomento esula sia dal tema che stiamo trattando che, come ho detto in precedenza, dalle mie competenze. Per cui lascerò che se ne occupi qualcuno più autorevole di me. Ma sovrapporre e incastrare a secco l’uno con l’altro quei massi incredibili è altrettanto arduo da comprendere. La mente si smarrisce nell’osservare i macigni ciclopici, con un numero terrificante di angoli (fino a quaranta) della più varia apertura, che compongono le stupende, perfette mura di Sacsayhuaman, di Ollantaytambo, di Cuzco, di Machu Picchu, collimando in maniera così perfetta che, come si sa, nelle commessure non c’è spazio “nemmeno per un foglio di carta”. Un lavoro del genere in teoria richiederebbe infinite misurazioni, tentativi, prove: cosa impensabile considerandone il peso e il fatto che furono messi in opera senza l’uso di animali da lavoro, né di ruote per argani (29). Sembrano invece, quelle pietre (la cui forma non squadrata è la migliore dimostrazione della grande padronanza delle tecniche antisismiche usate), fuse insieme da una qualche forza misteriosa, schiacciate e compattate dal loro stesso peso l’una contro e sull’altra a mo’di enormi cuscini fino a riempire ogni spazio e interstizio fra loro, come se invece che dure rocce fossero ammassi di morbida mota. O trattate, appunto, con una sostanza corrosiva che ne “condizionò” le superfici di contatto, se non la struttura stessa. Impressione che deriva pure dalla loro faccia esterna, sempre come leggermente “gonfia”, arrotondata, liscia come se fosse stata rifinita semplicemente raschiando via tutte le asperità insieme al materiale in eccesso. D’altronde, questa non è affatto una mia fantasia. In parallelo con i miti e le leggende di àmbito eurasiatico e mediterraneo sopra riportati, anche qui viene fatto riferimento a una non meglio identificata sostanza in grado di ammorbidire la pietra e renderla lavorabile. Ma non sono le sole tradizioni popolari a parlarne, bensì anche autori nostri contemporanei. L’esploratore Percy Fawcett, ad esempio, in un passo di “Operazione Fawcett” dice infatti che gli inca, ereditando le fortezze e le città edificate dalla razza che li aveva preceduti, le restaurarono servendosi delle medesime tecniche costruttive (e cioè di quel “solvente”). E racconta poi un episodio in cui un esperto minerario statunitense, che lavorava nelle Ande del Perù centrale a 4.500 metri di altezza, trovò in una tomba preincaica una giara di terracotta ancora piena di liquido. Quel liquido, versato incidentalmente su di una roccia, dopo circa dieci minuti ne era stato assorbito, “e la roccia era diventata molle come cemento bagnato, come se la pietra si fosse sciolta a guisa di cera sotto l’effetto del caldo”. L’archeologa Mirella Rostaing, dal canto suo, ne “I misteri dei mondi” riporta una conversazione da lei avuta con uno sciamano nei pressi del lago Titicaca a proposito di un tipico cespuglio locale detto “ghacre “. La pianta, che somigliava ad un “rampicante orizzontale” e che manipolata diveniva molliccia e appiccicosa, aveva corroso come un acido buona parte degli stivali dell’archeologa, che ci aveva camminato in mezzo.

La vera natura del “magico Shamìr” – Parte I

Di Inanna Adamas

A proposito di un’antichissima tecnologia per la lavorazione della pietra senza l’uso di strumenti metallici.

SHAMIR…SHIN MEM YUD RESH = 550 NOME DEL LEGGENDARIO VERME, DI CUI SI SAREBBE SERVITO RE SALOMONE PER TAGLIARE LE PIETRE NECESSARIE ALLA COSTRUZIONE DEL TEMPIO…SENZA RICORRERE A STRUMENTI METALLICI.

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Storia e leggenda

 “Il quinto mese, il sette del mese, corrispondente al diciannovesimo anno di Nabuchadnèsar, re di Babilonia, giunse a Gerusalemme Nabuzardàn, comandante della guardia, subalterno del re di Babilonia” (2 Re 25, 8). La prima volta che casualmente mi imbattei nello Shamìr, si trattava solo di un fuggevole accenno contenuto in un articolo che parlava della Massoneria, e diceva pressappoco quel che segue.

Durante la seconda conquista di Gerusalemme da parte dei Babilonesi (che la Bibbia chiama “caldei”) nel 587 a.C. – con susseguente saccheggio dell’intera città, messa a ferro e fuoco, e deportazione dei suoi abitanti – dal Tempio di Salomone fu portato via tutto quanto c’era ancora di prezioso. Ma quasi ogni arredo e oggetto in oro e in argento era già stato sottratto dieci anni addietro durante il primo episodio di questo genere, quello portato a termine nel 597 a.C. dallo stesso Nabuchadnèsar, o Nabucodonosor (1). La spoliazione compiuta dai caldei – benché definitiva e, questa volta, completa – fu quindi, per forza di cose, più modesta quanto a valore venale, ma non per importanza. Oltre all’asportazione di tutti gli oggetti mobili, furono demoliti e portati via tutti gli accessori in bronzo del Tempio, compresa la grande vasca per la purificazione dei sacerdoti (2) e le due colonne, poste all’esterno ai lati dell’ingresso: modello comune a tutti gli impianti templari di questo periodo e di questo àmbito geografico. Le due colonne, delle quali la Bibbia riporta minuziose descrizioni (3), e alle quali Salomone aveva dato i nomi di “Jachin”, quella di destra, e “Boaz”, quella di sinistra (cioè, forse, “Stabilità” e “Forza”), erano cave. Fin qui, per quanto attiene la testimonianza “storica” dell’Antico Testamento.

La leggenda riportata dalla tradizione midràshica (4), tuttavia, fornisce ulteriori dettagli. Insieme alle colonne fu asportato il loro contenuto: nella loro cavità, infatti, veniva conservato l’intero archivio storico del popolo d’Israele, assieme ai documenti che riportavano la summa di tutto il sapere e tutti i segreti scientifici. Pare poi che in seguito, per vie misteriose, quei documenti siano entrati in possesso della Massoneria, che li deterrebbe tuttora. Fra essi, era custodito il segreto di “qualcosa” che nessuno più sa cosa sia: il “magico Shamìr” (5). Il mio secondo incontro – anch’esso fortuito – con lo Shamìr avvenne leggendo un altro midràsh e fu molto più illuminante; ma non a sufficienza. Il racconto riporta che, per la costruzione del Tempio (6), Salomone aveva dato ordini molto precisi. Secondo la Legge mosaica, Legge divina, nessun materiale (pietra, legno, oro, avorio eccetera) doveva essere lavorato con attrezzi di ferro (7), il metallo di cui son fatte le armi che portano morte. L’altare, soprattutto, non doveva essere profanato in nessun modo da quel contatto, e nel cantiere non doveva entrare nemmeno un chiodo; né tanto meno martelli, scalpelli, picconi o altro. Tanto è vero che il materiale da costruzione – o almeno, sicuramente, la pietra – era arrivato sul posto già squadrato, se non rifinito, di modo che durante i lavori “non si udì nel Tempio nessun rumore prodotto da utensili metallici”. L’unica maniera alternativa di lavorare la pietra senza impiegare strumenti di ferro era quella di usare il “magico Shamìr”(8). Dio stesso l’aveva dato sul Sinai a Mosè, che se ne era servito per incidere i nomi delle dodici tribù sulle pietre incastonate nel pettorale e nell'”efòd” che facevano parte dei paramenti del Sommo Sacerdote. Da allora però lo Shamìr era sparito e non si sapeva più che fine avesse fatto. Ma la storia racconta poi di come Salomone (in modo a dire il vero non troppo onorevole) riuscì a procurarselo. Il dèmone Asmodeo (che sa dove si trovano tutti i tesori nascosti) fu costretto a rivelare al re che Dio aveva consegnato lo Shamìr a Rahav, l’Angelo (o il Principe) del Mare, il quale non lo affidava mai a nessuno se non, raramente e solo a fin di bene, al gallo selvatico (o gallo cedrone, o gallina di brughiera, o aquila di mare, a seconda delle versioni), che viveva lontano, ai piedi di montagne mai esplorate dall’uomo: questi se ne serviva per “forestare” intere colline nude e pietrose, producendovi – per mezzo dello Shamìr – innumerevoli forellini, nei quali poi piantava semi di varie piante e di alberi. Ciò veniva fatto nell’imminenza della migrazione di gruppi tribali divenuti troppo numerosi, che più tardi, arrivando sul posto, avrebbero trovato un ambiente vivibile. In quell’occasione, re Salomone riuscì con l’inganno a sottrarre il magico “tarlo” al gallo selvatico, che se lo era fatto prestare da Rahav per un caso di forza maggiore: il re infatti, proprio per costringere il pennuto a questo espediente estremo, aveva fatta porre sopra il suo nido una piccola cupola di vetro, separandolo così dai suoi piccoli. Volò verso occidente l’uccello disperato, in cerca di Rahav; quando tornò portava nel becco lo Shamìr, con il quale in pochi istanti riuscì a perforare o a disintegrare il vetro, lasciando poi cadere lo Shamìr, che Salomone lestamente raccolse. A lui che stupito chiedeva cosa mai fosse quella misteriosa e portentosa sostanza e da dove venisse, il gallo selvatico rispose che la si poteva trovare lontano, sulle Montagne dei Dormienti, e là lo condusse, dove il re ne fece scorta sufficiente a completare tutte le opere del Tempio che non potevano essere eseguite usando strumenti metallici. Particolare pietoso, si dice anche che il gallo selvatico, per la vergogna di aver perso lo Shamìr, si sia suicidato. Vedremo fra poco quante e quanto strette analogie (luoghi, personaggi, miracolose caratteristiche e modalità degli avvenimenti) questa leggenda mostri con le altre sparse in tutto il mondo. Il racconto dà inoltre una interessante precisazione: lo Shamìr – che, almeno in alcune versioni, a fine lavori venne restituito al suo custode – venne da Salomone riposto e in seguito conservato (era quello l’unico modo di trattarlo correttamente) in un cestino pieno di crusca d’orzo. Ma che cos’era dunque lo Shamìr?

Particolari tecnici

Quella sopra riportata è solo una delle molte narrazioni relative allo Shamìr: segno che – malgrado l’incertezza dell’identificazione – a suo tempo era “qualcosa” di ben noto e diffuso. Infatti ho trovato più tardi numerosi altri dettagli. Provengono da almeno una quindicina di midrashìm diversi (alcuni dei quali molto antichi) ma sostanzialmente concordi sui punti principali, che figurano in svariate antologie, ma meglio accorpati o riassunti in quella che è la più completa e ponderosa raccolta moderna del genere, “Le leggende degli ebrei” di Louis Ginzberg. Rimandando ad uno studio più approfondito l’esame diretto delle fonti originali, i particolari che ne emergono sono i seguenti. Lo Shamìr, con altre creature soprannaturali, venne creato al crepuscolo del sesto giorno della Creazione. E’ grande più o meno come un grano di frumento o d’orzo, e possiede la mirabile proprietà di tagliare qualsiasi materiale per quanto durissimo, anche il più duro dei diamanti. Per questa ragione venne utilizzato da Mosè per lavorare le gemme poste sul “pettorale del giudizio” del Sommo Sacerdote. I nomi dei capi delle dodici tribù furono dapprima tracciati con l’inchiostro sulle pietre destinate a essere incastonate nel pettorale (e anche sulle due onici dei fermagli posti sulle spalline dell'”efòd” – N.d.A.) poi lo Shamìr venne passato sui tratti che rimasero così incisi (dalla letteratura rabbinica). Il fatto più straordinario fu che l’attrito (o l’azione) che segnò le gemme non produsse nessun residuo. Lo Shamìr venne inoltre usato per tagliare le pietre con cui fu costruito il Tempio, perché la legge proibiva di usare per quest’opera strumenti di ferro (dal Talmud e dalla letteratura midràshica). Lo Shamìr non può essere conservato in un recipiente chiuso di ferro o di qualunque altro metallo, poiché lo farebbe scoppiare. Esso va avvolto in un panno di lana e deposto in un cesto di piombo pieno di crusca d’orzo. Lo Shamìr rimase in paradiso sinché Salomone non ne ebbe bisogno e mandò l’aquila (o un altro volatile) a prenderlo. Era il più meraviglioso possesso del re. Con la fine dei lavori del Primo Tempio, o con la distruzione del Tempio stesso, lo Shamìr scomparve. (9) Chiaramente, la leggenda su re Salomone e il gallo selvatico ha soprattutto le caratteristiche di un racconto immaginario. Contiene tuttavia un paio di indicazioni concrete, e inoltre alcune informazioni che potrebbero consentire un collegamento – lo vedremo più avanti – con miti consimili appartenenti ad altri àmbiti culturali, sia geograficamente vicini che inverosimilmente lontani. L’intero collage di citazioni midràshiche di Louis Ginzberg presenta da parte sua alcuni dati fantastici (la creazione dello Shamìr al crepuscolo del sesto giorno, insieme ad altre “creature soprannaturali”; il fatto che Salomone mandò l'”aquila” a prenderlo in paradiso), ma soprattutto vi dominano connotazioni e dettagli estremamente realistici, tali da suggerire fortemente l’impressione che la descrizione dello Shamìr che vi compare fosse frutto di osservazioni di prima mano, più che di pura fantasia. Un articolo di Phillip Clapham poi, citandone un altro pubblicato da Velikovsky sulla rivista “Kronos” (VI: 1) (torneremo più avanti su entrambi), aggiunge il particolare, tratto probabilmente da qualche altro midràsh, che anche le due Tavole della Legge, scritte da Mosè sotto dettatura divina, erano state incise usando lo Shamìr.

Nel semileggendario “Testamento di Salomone” (del III° secolo d.C.) si narra inoltre che, durante la costruzione del Tempio, gli operai addetti ai lavori soffrivano di un male misterioso che provocava grande spossatezza: ogni giorno più pallidi, con profonde occhiaie, deperivano, non riuscivano più a lavorare, e ogni notte erano visitati da vampiri e dèmoni che li affamavano rubando loro il cibo (il che, a parer mio, significa che rimettevano anche l’anima). Quando incominciarono a morire, il re salì sul monte Moria e pregò Dio, il quale gli mandò in dono – tramite l’arcangelo Michele – il famoso anello d’oro, con incisi la stella e il Suo ineffabile Nome, che dava poteri straordinari e immensa saggezza (in quell’anello fu più tardi incastonato lo Shamìr, che era una specie di rutilante “pietra verde”, un “portentoso gioiello che irradiava luce”). Vampiri e dèmoni furono messi, al posto degli operai, a tagliar pietre giorno e notte. Questo è, più o meno, tutto quello che si sa sul “magico Shamìr”. Complessivamente, dai brani citati si possono trarre le seguenti informazioni “tecniche”:

  1. lo Shamìr poteva essere usato per foggiare e per lavorare qualunque minerale, anche le pietre più dure – un midràsh dice “anche il legno duro come pietra” – diamante compreso (che, in alcune versioni, figura tra le gemme del pettorale); era in grado di intaccare anche il vetro; la sua azione non lasciava residui (10);
  2. il suo aspetto era quello di un “qualcosa” delle dimensioni di un granello d’orzo, forse di colore verde;
  3. non poteva essere conservato in un contenitore metallico chiuso, che sarebbe esploso (o si sarebbe fuso): liberava vapori? o che altro?
  4. solo il piombo, anzi un recipiente non ermetico di piombo, se protetto da una adeguata coibentazione, poteva resistere alla corrosione (o comunque alla reazione chimica) da esso prodotta;
  5. non danneggiava la lana né la crusca, e – con qualche problema – si poteva manipolarlo a mani nude (11);
  6. non inibiva la crescita delle piante;
  7. con l’andar del tempo (si parla di circa 400 anni, quelli intercorsi fra la costruzione e la distruzione del Tempio; ma forse ne occorsero molti meno) “scomparve”, o meglio “divenne inattivo” (12). Appare piuttosto evidente che la descrizione di questo “qualcosa” fosse dovuta, in origine, all’esperienza diretta di chi con questo “qualcosa” aveva avuto a che fare, e che l’aveva usato. Ed appare ugualmente evidente – poiché all’epoca della stesura di questi testi, di cosa fosse di preciso lo Shamìr si era ormai persa la memoria – che le straordinarie caratteristiche di questo “oggetto misterioso” non sono riferibili ad alcuna delle più comuni interpretazioni che ne vengono date.

 Il dizionario ebraico-italiano, alla voce “SHAMIR”, elenca infatti diverse, mirabilmente eclettiche definizioni:

  1. diamante (?) (sic);
  2. verme leggendario che tagliava le pietre per il Santuario;
  3. finocchio;
  4. paliuro.

E questo è tutto. L’unica indicazione aggiuntiva viene dal termine, subito sotto riportato, di “niàr shamìr” che in ebraico moderno a tutt’oggi, correntemente, indica la comune “carta vetrata”, cioè qualcosa che consuma e corrode. Qui ci troviamo evidentemente nel campo delle ipotesi. Dirò di più, siamo al livello degli indovinelli da bambini: minerale, animale o vegetale? Ora, è chiaro che siamo costretti a considerare attendibili i dati forniti. D’altronde, non abbiamo alternative. Quindi, sulla base degli elementi descrittivi a nostra disposizione, e alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, cercherò per prima cosa di escludere le interpretazioni “impossibili”, e quindi (anche mettendo in atto i collegamenti cui prima accennavo) di identificare tentativamente il favoloso Shamìr. Ma che cos’era insomma? Sette spiegazioni e mezza..

MINERALE

 E’ doveroso oltreché pertinente, in questa sede, riportare le origini del termine e le sue successive modificazioni. “Shamìr” viene, pare, dall’antica parola indoeuropea “smer”, che indica una “polvere minerale per levigare o segare”; e non si può negare che in effetti la funzione del “nostro” Shamìr sia quella, né che nei due vocaboli sia presente la medesima radice “SMR”. In greco quel materiale venne chiamato “smeris” o “smiris”, in latino “smericulum”, in francese e in inglese moderni rispettivamente “émeri” ed “emery”, in italiano infine “smeriglio”. In ebraico, come abbiamo visto, sono stati invece conservati sia il senso che, insieme, la forma della parola. Tutte queste versioni hanno sostanzialmente lo stesso significato: “smeriglio”, per l’appunto. Solo che questa interpretazione non mi procura una particolare soddisfazione, poiché con quel termine si definiva (e si definisce tuttora) un notissimo abrasivo proveniente dall’isola di Naxos nelle Cicladi (che tuttora lo esporta), e ricavato polverizzando una locale varietà granulare compatta di corindone. Da nessuna parte sta scritto che fosse un dono divino gestito da un uccello, circondato da un alone di leggenda, né che avesse abitudini esplosive, o che facesse ammalare la gente, o che avesse l’aspetto di un granello d’orzo, o che si inattivasse dopo un certo tempo. Tutto ciò che questo materiale inerte sa fare è unicamente levigare e lucidare, più o meno come la normale pomice o la polvere di quarzo (c’è una bella differenza con quanto si legge a proposito dello Shamìr!). E a me questo non basta. Per cui, ritenendo valida soltanto – e soltanto in parte – l’affinità dell’uso, sarò costretta ad accantonare questa ipotesi. C’è una sola notazione interessante e curiosa da fare: “smeriglio” viene chiamata anche una specie di uccello predatore molto piccola appartenente alla famiglia dei Falconidi, ed è pure un altro nome con cui viene indicato lo sparviere. Ma vediamo ora cosa dice il dizionario.

Diamante (?): E’ il dizionario stesso che, con quel punto interrogativo, manifesta nei riguardi di questa interpretazione la sua perplessità. Infatti (per quanto il termine “Shamìr” compaia diverse volte nei Libri di alcuni Profeti (13) a indicare qualcosa di più duro della roccia e del ferro), è chiaro che, accogliendo tale definizione, ciò che viene considerato, pure qui, è soltanto il possibile effetto, il risultato dell’azione svolta sul materiale lavorato. Anche questo punto di vista, in più, lascia aperti altri problemi, poiché un’incisione eseguita con una punta di diamante produce limatura o polvere, contrariamente a quanto veniva detto dello Shamìr (anzi era proprio questo, per gli autori dei midrashìm, uno dei suoi aspetti più straordinari). L’ipotesi, oltre tutto, diviene ancora più fragile se si considera che in teoria con quel “diamante” dovrebbero essere state tagliate in misura e rifinite le enormi pietre (14) messe in opera nella costruzione del Tempio. In ogni caso, l’impiego per quell’uso del diamante (pietra pure allora assai rara e preziosa, tanto da far parte forse del pettorale del Sommo Sacerdote) sarebbe stato insostenibilmente dispendioso. E, a parte questo, dove avrebbe potuto Salomone procurarsene i quantitativi necessari, visto che non risulta che in Israele né in Egitto o in altri paesi vicini esistano giacimenti diamantiferi? D’altronde, nemmeno tale lettura tiene in alcun conto le altre numerose indicazioni contrarie: né le dimensioni indicate, né il carattere “esplosivo” dello Shamìr, e neppure l’affermazione che col tempo esso divenisse “inattivo”. Insomma, a parte l’effettiva “capacità” del diamante di tagliare qualunque pietra, non c’è nessun elemento che concordi. Cosa che, credo, ci autorizza a escludere questa identificazione. E, poiché stiamo indagando sulla possibile natura minerale dello Shamìr, è in questa sede che devo inserire una ipotesi molto più originale ed interessante di quella dello smeriglio o del diamante, ma che gli antichi esegeti e autori di midrashìm non potevano certo prendere in considerazione, anzi non potevano neppure immaginare.

Sostanza radioattiva: Sempre a partire dalla stessa (e unica) fonte di Ginzberg, altri ricercatori giungono a conclusioni completamente nuove e diverse che, sostanzialmente, vedono nello Shamìr una qualche – non ben precisata – forma di energia. Un articolo di David Salkeld (15) richiama ed approfondisce quello già citato di Velikovsky (16), il quale a lungo si occupò pure di questi problemi e le cui teorie “eretiche” sollevarono grande scalpore verso gli anni ’50. Diversamente dagli esegeti biblici, sostenitori di più tradizionali interpretazioni (a giustificazione dei quali, comunque, è appena il caso di ricordare che non erano di certo scienziati dell’era nucleare), Velikovsky aveva invece preso in esame alcune altre caratteristiche dello Shamìr, da questi solitamente trascurate – immagino, per mancanza di spiegazioni sensate -: “colore verde” (forse), simile a quello di alcuni sali di elementi pesanti; corrosività nei confronti di tutti i minerali e metalli tranne il piombo; “inattivazione” nello spazio di 400 anni o meno. Era perciò giunto a identificare – per quanto non esplicitamente – lo Shamìr con qualche tipo di sostanza radioattiva. Poteva forse trattarsi del radium, o di un suo sale, o di qualche altro isotopo della serie dell’uranio, dell’attinio o del torio: purché avesse una “vita energetica” compatibile con la durata documentata dell’attività dello Shamìr (valutata in circa 900 anni, cioè dall’epoca dell’esodo a quella della distruzione del Primo Tempio; ammesso naturalmente, come ho rilevato alla nota 12, che si trattasse sempre dello stesso Shamìr). Se non è vera, è ben pensata, come diceva un mio vecchio maestro. Perché fin qui il discorso torna, o parrebbe tornare. Ma vedremo più avanti perché invece non sia così. Salkeld cerca di avvalorare questa tesi con diverse argomentazioni. E’ un dato di fatto che oggi in natura i minerali radioattivi – per quanto forse più abbondanti in passato – sono rarissimi sulla superficie terrestre (3-4 grammi di radium dispersi in 2000 tonnellate di pechblenda), e possiamo supporre che, 3500 anni fa, chi non ne conoscesse le potenzialità ben difficilmente avrebbe investito il suo tempo e le sue energie per procurarseli con l’estrazione mineraria. E c’è inoltre il problema che, anche in questo caso, né in Israele né nei paesi limitrofi sono noti giacimenti di tali minerali. Tuttavia, poteva anche darsi che la miracolosa e inidentificata sostanza fosse stata trovata “concentrata” in superficie, cioè – per così dire – già pronta all’uso, e che, riconosciutene la natura “speciale” e le peculiari proprietà (ma come?), fosse stata conservata e quindi utilizzata nei modi già visti. Per la supposta esistenza di questo elemento, Salkeld dà due possibili spiegazioni:

  1. Precipitato con un bolide meteoritico. A sostegno di questa supposizione, vengono citati diversi elementi. La presenza, nel racconto su re Salomone e il gallo selvatico, sia dell’Angelo del Mare che di un uccello: “segno” che lo Shamìr veniva dal cielo. Una “pestilenza” verificatasi sotto il regno di Davide, durata tre giorni e che uccise 70.000 persone, portata a Gerusalemme da un “Angelo sterminatore che stava fra cielo e terra con la spada sguainata” (17): si trattava forse di “morte nucleare” da contaminazione radioattiva? Ma quale “peste”, nucleare o biologica che sia, agisce solo per tre giorni? Il “fatto” che, dopo quell’avvenimento, il re Davide – con grande costernazione di tutta la corte – divenne stranamente debole e impotente (ma aveva anche settant’anni!), e che pure Salomone più tardi fu ben poco prolifico. Secondo quanto Salkeld ipotizza, questi potrebbero essere indizi dei nefasti effetti delle radiazioni, prodotti dallo Shamìr sulla persona di chi, venutone in possesso, se lo fosse portato sempre addosso come un talismano celeste: l’uno e poi l’altro re, appunto. Ora, a favore della tesi meteoritica, bisogna ammettere che è pur vero che molte leggende in tutto il mondo parlano di “pietre magiche” dai presunti straordinari poteri, di solito cadute dal cielo. E’ parimenti vero che molti santuari e luoghi di culto divennero oggetto di particolare venerazione proprio per la presenza di un meteorite che, nell’anima popolare, avrebbe rappresentato il segno concreto di una particolare benevolenza divina verso quel sito: la Kaaba della Mecca e il Tempio di Diana ad Efeso, per non citarne che un paio. (Per converso, una credenza assai diffusa, e che si è in parte conservata anche fino ai giorni nostri, vuole che la caduta di pietre dal cielo e/o il passaggio ravvicinato di comete siano inesorabilmente portatori di guai, e strettamente connessi con pestilenze, carestie, guerre e catastrofi in genere.) Tuttavia, come lo stesso Salkeld riconosce, in nessun meteorite recuperato sono mai stati segnalati inconsueti valori di radioattività né, per altro, nessuno di essi è mai stato trovato dotato di particolari “poteri” (18). I midrashìm affermano che lo Shamìr fu creato il sesto giorno: ciò, secondo Salkeld, sembra suggerire (oltre al fatto che forse era noto già in un lontano passato) che, in ogni caso, la sua origine sarebbe da collocarsi al tempo dei catastrofici sconvolgimenti della Creazione. La sua seconda apparizione – questa volta, “pubblica” -, nelle mani di Mosè, risalirebbe ai tempi dell’esodo: pure questo un evento collegato, secondo Velikovsky, ad altri disastri cosmici. E per concludere, anche la performance dello Shamìr che, come sopra detto, si sarebbe verificata durante il regno di Davide, avrebbe un’origine meteoritica. Comunque dopo la sua creazione, essa pure ovviamente “celeste”, sia nell’uno che nell’altro caso (dell’uso che Salomone ne fece però non si parla) la presenza dello Shamìr sarebbe in relazione con la caduta di qualche bolide molto anomalo e strano. Ancora più strano, però, appare il fatto che questo tipo di detriti cosmici veramente “speciali” sarebbe caduto soltanto in quelle rare occasioni – sempre sul territorio di Israele – e poi mai più. In alternativa, Salkeld propone una seconda, non meno immaginosa ipotesi.
  2. Creato da scariche elettriche.Sostiene Velikovsky che nel lontano passato elementi radioattivi, come quelli che oggi otteniamo artificialmente in laboratorio, potrebbero essersi formati “naturalmente” sulla superficie terrestre (a partire da altri elementi), nel corso di eventi eccezionali quali tremende scariche elettriche prodotte da un bombardamento cometario o meteoritico. Salkeld, cautamente, concorda, rammentando una delle geniali (e sconvolgenti per la scienza “ufficiale”) previsioni azzeccate di Velikovsky: il quale era convinto che sulla Luna sarebbero stati trovati alti livelli di radioattività, e ne attribuiva la causa alle scariche elettriche interplanetarie di 2700 e 3500 anni fa, verificatesi nel corso delle presunte catastrofi cosmiche da lui teorizzate. Infatti l’esplorazione lunare gli ha dato ragione: che nel cratere Aristarco siano presenti emissioni di radon-222 di almeno quattro volte più alte della media lunare, è appunto per gli accademici un mistero senza spiegazione. Sfortunatamente, né Salkeld né – si pensa – nessun altro è attualmente in grado di calcolare di quale potenza, per “formare” sostanze radioattive da altre, inerti, dovrebbero essere le mostruose scariche elettriche intercorse, in ipotesi, fra la terra ed un altro corpo celeste, nel corso di un “incontro ravvicinato”. Dipende, mi sembra, dalla differenza di potenziale fra i due oggetti. E nemmeno siamo al presente in grado di dire se quel fenomeno – non tanto le scariche, quanto le loro conseguenze – si sia effettivamente potuto verificare. Né, tanto meno, quando. O in concomitanza con cosa. Visto che di un simile evento non esiste alcuna memoria storica – e neppure, quanto a questo, leggendaria -, né testimonianza geologica o scientifica d’altro tipo, dovremo accontentarci di supporre che quanto affermato “potrebbe” – chissà quando – essere successo. Ma le prove sono un’altra cosa. Salkeld peraltro non insiste né sull’una né sull’altra teoria, consapevole del fatto che – se mai radioattività c’è stata – al giorno d’oggi non sarebbe ormai più rilevabile: in tutti i casi il normale decadimento avrebbe già da tempo reso qualunque materiale (“caduto” o “formatosi” in un passato così abissalmente lontano) nulla più che un innocuo pezzo di pietra (19). Si limita a sottolineare, spezzando un’ultima lancia a favore dell’ipotesi nucleare in genere, che – come sembra accertato – in molti siti megalitici in Inghilterra (per la precisione, al centro di preistorici cerchi di “pietre erette”) si registrano tuttora significative letture di radioattività – di origine ignota -, ovviamente residua rispetto ai valori presumibili all’epoca della costruzione. Indubbiamente erano luoghi sacri e speciali. Ma – e con Salkeld abbiamo finito – viene naturale chiedersi se questa “sacralità” fosse positiva o negativa. In altre parole (per quanto non sia chiaro come, all’epoca, fosse possibile misurare le radiazioni), se quei cerchi venissero eretti come strutture “off limits”, segnali della pericolosità di un luogo cui non conveniva avvicinarsi, o per il motivo opposto (20), facendo salvo in tutti i casi il loro significato magico-astronomico. Comunque, a puro titolo di curiosità, sarebbe interessante sapere cosa mai possa racchiudere – o racchiudesse – il sottosuolo del sito in cui fu eretto il Tempio: minerali radioattivi? metano? che altro? A questo proposito è indispensabile un’osservazione. Salomone era un pozzo di scienza, lo sanno tutti; era di una sapienza e di una saggezza strabilianti; da mezzo mondo tutti i più potenti re della terra venivano a Gerusalemme per consultarlo, per avere lumi. Se lo Shamìr era veramente radioattivo, e quindi gravemente deleterio per la salute, non è pensabile che, conoscendo tali proprietà negative o effetti collaterali indesiderati, fosse così incosciente da portarselo sempre addosso (meglio sorvolare sul fatto che obbligava i suoi dipendenti a maneggiarlo quotidianamente). A quanto pare, invece, il “magico Shamìr” era qualcosa che si poteva – con molta precauzione, e probabilmente riportandone danni non indifferenti – manipolare ed utilizzare almeno per un certo tempo. E allora non era radioattivo. Infine, non concordano con questa sua presunta natura nemmeno altre affermazioni relative allo Shamìr, affermazioni in grado di invalidare anche altre tentate identificazioni: che non danneggiasse i materiali organici (la lana, la crusca), che non inibisse la crescita delle piante, che avesse la dimensione di “un granello di orzo”. Alla luce di quanto sopra esposto, mi sembra perciò inevitabile escludere anche l’identificazione “nucleare”: con un certo disappunto, devo dire, poiché sembrava molto promettente, ed era sicuramente affascinante. D’altronde, i giochi sono aperti. Solo qualche tempo fa, un eminente studioso mi ha espresso molto seriamente la sua convinzione che il misterioso Shamìr altro non fosse che una specie di laser primitivo, in cui la luce coerente sarebbe stata prodotta (ma da quale fonte, non lo ha detto) facendola passare per un forellino, ottenuto dallo stampo (se di una certa dimensione) di un capello di un adulto, oppure da quello del capello di un bambino (se serviva un foro ancora più piccolo) (21). E ora, possiamo tornare alle interpretazioni “tradizionali”.

ANIMALE

VERME“:

Per la verità il midràsh che ne parla, nella raccolta di Ginzberg, dice che “la salamandra e lo Shamìr sono i più mirabili tra i rettili”; ma diversi altri racconti, e anche il dizionario, lo definiscono senza incertezze come “verme”. Non mi è chiaro il motivo della forte propensione che un buon numero di autorevoli rabbini ed esegeti biblici ha manifestato – e forse manifesta tuttora – ad accogliere questa versione. In ogni caso, trasformare in “rettile” il “verme”, o in alternativa il “tarlo” (o altro insetto), sembra proprio l’interpretazione di una interpretazione. (Il termine “insetto”, fra l’altro, deriverebbe dall’erronea traduzione del latino “insectator”, cioè “tagliatore”). A me pare invece che tale significato possa essere utile solo ad indicare – come nel caso del diamante e dello smeriglio – l’azione meccanica ed un effetto consimile che tali animali potrebbero avere prodotto, ma di sicuro non sugli stessi materiali. A voler essere generosi, tuttavia, è comprensibile anche questa identificazione, alla luce del fatto che quando questi testi vennero messi per iscritto, nessuno già più sapeva per certo in che cosa consistesse né come operasse lo Shamìr. Ho letto anche una cavillosa (ed anche un po’ pretenziosa) ipotesi, secondo la quale il “verme” potrebbe essere assimilabile ad un “serpente”, animale mitico di cui le tradizioni religiose e cosmiche traboccano, ma onestamente non mi sembra che possa essere presa in considerazione. E poi, che razza di verme era? Uno che dopo quattrocento anni “diventava inattivo”? Non mi stupisce. Era “esplosivo”? Era come un grano d’orzo? Non impediva la crescita delle piante? Lo si poteva manipolare? A difesa di questa teoria (che, peraltro, si basa principalmente sul fatto che si dovesse trattare comunque di un essere vivente), si può dire solamente che, per tradizione, tutta la storia letteraria dell’antico Vicino Oriente – compresa ovviamente quella ebraica – manifesta un forte interesse per il ruolo, spesso simbolico, svolto da molti animali nella vita degli uomini, soprattutto in senso didattico, moralistico e sapienziale. In fin dei conti, né Esopo, né Fedro, né La Fontaine hanno inventato niente di nuovo. Così, nessuno dei lettori cui erano destinate queste favole e queste leggende si sarebbe stupito di trovare perfino le creature più umili – come potrebbe essere appunto il verme – che parlano con Dio, interagiscono con gli esseri umani, svolgono compiti vari. Nel caso in esame, si diceva che quel singolare animaletto sarebbe strisciato dentro o sul pezzo da lavorare riuscendo a intaccarlo o a fenderlo con un taglio perfetto. Si diceva pure che un suo semplice tocco potesse scindere la pietra, che si apriva “come le pagine di un libro”. Certo che il supporre che il “verme” avrebbe volonterosamente tagliato le pietre del Santuario (per compiacere Salomone, naturalmente) denota una grande fiducia nella pazienza e nell’abilità di chi lo doveva addestrare: come riuscivano a convincerlo o a costringerlo a collaborare? Per non parlare dei tempi di lavorazione. E non voglio nemmeno pensare a come dovesse sentirsi il gallo selvatico, mentre volava trasportandolo nel becco. Insomma, oltre all’ovvia constatazione che il verme è “capace” di scavare (mele, di solito), non abbiamo nessun altro elemento che concordi. A riscattare, almeno in parte, la dignità del povero verme, c’è però una notazione bizzarra e anche un po’ inquietante: si diceva che il suo sguardo facesse morire, così come quello di Medusa faceva impietrire. Ma, a parte il fatto che mi sembra piuttosto problematico riuscire a capire se il verme ti sta fissando o meno, francamente non so che cosa pensarne. E’ stato anche proposto che non propriamente di un “verme” si trattasse, ma di sue ipotetiche e particolari secrezioni corrosive. E questo potrebbe anche avere un senso, volendo sorvolare sulla proclamata natura di “essere vivente” dello Shamìr oltre che sull’indubbia difficoltà di procurarsi – forse strizzando gli sventurati anellidi – adeguati quantitativi di quella prodigiosa sostanza, a condizione però di mettere su un allevamento. Chi prende in considerazione una soluzione del genere non dovrebbe tuttavia dimenticare che il re Salomone (al quale l’anello fatato consentiva di parlare con tutti gli animali del buon Dio, con i quali aveva un ottimo rapporto) mai e poi mai avrebbe fatto una cosa simile. E’ vero che già con il povero gallo selvatico non si era comportato troppo bene, ma strizzare i vermi, insomma… Anche con il verme, comunque, abbiamo chiuso.

VEGETALE

FINOCCHIO“: Per quanto riguarda questa modesta pianta mangereccia, non saprei davvero che proprietà possa avere nel campo che ci interessa, e mi spiace dover ammettere che non mi viene in mente niente. Ma, pur riconoscendo di non aver fatto approfondite ricerche sull’argomento, oserei dire che – probabilmente – il fatto che porti lo stesso nome sia sostanzialmente una coincidenza, e che l’umile finocchio non abbia proprio niente da spartire con il “magico Shamìr”. Quindi, con rincrescimento, manderò anche il finocchio dove sono finite tutte le altre proposte. Così, per risolvere il mistero di cosa potesse essere lo Shamìr, una volta eliminate tutte le interpretazioni a parer mio impossibili, esaurite tutte le altre eventuali identificazioni connesse ai regni minerale, animale e vegetale, non ci resta ormai più che il “paliuro”. Ma chi, o per meglio dire “cosa” era costui?

PALIURO” (Paliurus) – botanica: Va sotto questo nome una pianta della famiglia delle Ramnacee, che ne comprende sei specie, cinque delle quali però (presenti in Cina e Giappone) non si trovano nei nostri climi. Quello che a noi interessa, poiché cresce in Africa e nell’Europa mediterranea, è il Paliurus spina-Christi, detto anche Paliurus aculeatus Lamarck, o più popolarmente “marruca”, che è il nostro biancospino. Viene descritto come un arbusto (ma può raggiungere anche i sei metri di altezza) molto ramoso e spinoso dal legno duro e resistente, con foglie alterne ovate, dotate di due stipole spinose disuguali. Porta fiori piccoli raccolti in cime, e frutti (drupe) con margine alato largo fino a tre centimetri. Il nome “spina di Cristo” deriva dalla credenza che dei suoi rami fosse fatta la “corona” con la quale Gesù fu proclamato “re dei Giudei”. E’ citato da Teocrito, Strabone, Euripide e Teofrasto, il quale nel IV° libro dell'”Historia plantarum” ne dà una descrizione un po’ diversa; ma in sostanza, almeno apparentemente, è una pianta che non ha proprio niente di misterioso né tanto meno di portentoso. Sembrerebbe, purtroppo, che siamo arrivati a un punto morto. Ma, attenzione! Perché il profeta Isaia (a differenza di Geremia, Ezechiele e Zaccaria – citati alla nota 13 – i quali quando si riferiscono allo Shamìr intendono sempre qualcosa di “più duro del diamante”), tutte le volte che nomina quello stesso Shamìr, ne parla come di “spini e pruni” o di “rovi e pruni”? E’ chiaro che per Isaia non si trattava di un minerale né tanto meno di un animale, ma di una pungentissima pianta, che di sicuro non era il finocchio, ma che – forse – poteva essere più o meno propriamente indicata con il nome – tradotto – di Paliurus. E allora – poiché non ci sono alternative – continuiamo su questa strada, per quanto cosparsa ed irta appunto di spine e triboli, e tentiamo di scoprire se ci sono altri elementi che stiano ad indicare che lo Shamìr fosse davvero un rappresentante (per ora in incognito) del regno vegetale. La nostra ricerca ci porterà, questa volta, fuori dai confini d’Israele, in luoghi anche molto lontani, impensati. Avrete parecchie sorprese.

(Continua….)

SISTEMA ALIMENTARE PLANETARIO – PARTE I

Di Fabio Garuti

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Iniziato Settembre, non possiamo esimerci dal cominciare con una riflessione di tipo “alimentare”, tanto per concludere il discorso iniziato con il Mais in Centro America e con il Frumento in Medio Oriente. Giusto perché ci piace continuare ad analizzare “fatti”, ed offrire quesiti nonché spunti di riflessione critica ad appassionate ed appassionati, procediamo nella nostra disamina Planetaria su vegetali la cui origine si perde nel famoso “buio della Storia” che non è propriamente il “buco della Storia” , come incautamente copiò da me un compagno di classe al Liceo in una traduzione dal Greco; i commenti del professore costituiscono ancora oggi motivo di ilarità .Dicevo, il riso. Coltivato in acqua, e la cosa è già strana, in quanto senza “aiuto umano” sarebbe ben difficile che ciò avvenisse. Il riso è nato in Cina, molte migliaia di anni fa, non si sa come, ed in una zona “guarda caso” completamente invasa dalle acque. Che poi nella medesima zona ci siano le tre piramidi che si collegano in un gigantesco anello Planetario con Giza e Teotihuacan è un altro “fatto”. Ne consegue che oltre ad un “Anello di Piramidi”, intorno al nostro Pianeta fu creato, non si sa come e soprattutto da uomini cosiddetti “cavernicoli” anche un anello alimentare, fatto di Mais, Frumento e Riso. Rifletteteci.

Certo che questi cavernicoli erano proprio in gamba.