KUR O ISHKUR: IL DIO DELLA MORTE E DELLA MONTAGNA

Di Inanna Adamas

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Ishkur, figlio di Enlil, diventò il dio unico degli Ebrei: il famoso YHVH.
Nei testi sumeri di circa 6000 anni fa si parla del dio EN.LIL, che aveva l’epiteto di ILU.KUR.GAL, ovvero “Signore della grande montagna”; egli aveva tre figli, uno dei quali si chiamava ISH.KUR o “Signore della montagna”, difatti il glifo KUR in sumero significa “montagna” mentre ISH è un gioco di parole che deriva dall’unire l’accadico ISHA (signore) con la desinenza cananea ISH (montagna), glifo che viene tradotto in accadico con SHADDU, e che si evolverà in ebraico in El Shaddai, dove El vuol dire “Signore”, mentre Shaddai significa “montagna”.
Questo è l’epiteto con cui Dio si presenterà per la prima nell’Antico Testamento, quando in Genesi 17: 1,2 disse ad Abramo:

«Io sono El Shaddai, cammina alla mia presenza e sii perfetto».

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LILITH – LAIL – LAILAH

Di Inanna Adamas

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Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.
Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità SUMERICA DI LILITU, circa nel 3000 a.C.
Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente ad Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito.
Lilith compare nell’insieme di credenze dell’Ebraismo come un demone notturno, ovvero come una civetta che lancia il suo urlo nella versione della cosiddetta Bibbia di re Giacomo. Secondo la tradizione della qabalah ebraica, invece, è il nome della prima donna creata, prima compagna di Adamo e precedente a Eva. La sua figura, delineata nel Medioevo, risale a miti e leggende antiche della Mesopotamia. Nell’immaginario popolare ebraico è temuta come demone notturno capace di portare danno ai bambini di sesso maschile e caratterizzata dagli aspetti negativi della femminilità: adulterio, stregoneria e lussuria.
Alla fine dell’Ottocento, in parallelo alla crescente emancipazione femminile nel mondo occidentale, la figura di Lilith diventa il simbolo del femminile che non si assoggetta al maschile e, rivalutata nelle religioni neopagane, viene posta a fianco di simboli come quello della Grande Madre. ( LA SUMERA NINHURSAG).
L’accadico Lil-itu (“signora dell’aria”) potrebbe riferirsi alla divinità femminile sumerica Ninlil (del pari “signora dell’aria”), dea del vento meridionale e moglie di Enlil. La storia di Adapa ci narra come Adapa avesse infranto le ali del vento del sud, azione per la quale egli temette di essere punito con la morte. Nell’antico Iraq, il vento del sud è associato con l’aggressione portata dalle tempeste di polvere meridionali e in generale con le malattie.
L’accadico Līlītu e l’ebraico לילית (lilith)….sono aggettivi femminili che derivano dalla radice linguistica proto-semitica <L-Y-L> = LAIL “notte” (con l’aggiunta della lettera TAV a significare “della notte”, “notturna”), e traduce letteralmente un “essere femminile della notte, sebbene le iscrizioni cuneiformi in cui compaiono i termini Līlīth e Līlītu si riferirono in seguito agli spiriti aerei che apportano malattie. La stessa radice – che non esige letteralmente uniformità di concetti – in ebraico e nell’arabo Lailah/Leyla, Lela Lel Lail ..significa “sera, notte”.
Qualcuno ha osservato che Lilith sembra essere il corrispondente pagano della Madonna, ma, mentre questa schiaccerà il serpente ( enki) e lo dominerà, Lilith ne è attratta, quasi inconsapevole, e ne è avvolta, quasi connivente nello scoprire i segreti della natura umana.

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LILITH – NEL VICINO ORIENTE

Di Inanna Adamas

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“In quel tempo vi era un albero tutto solo, l’albero uluppu era tutto solo.
Esso era piantato sulla riva del puro Eufrate,
e si nutriva delle acque del fiume Eufrate;
il vento del sud sradicò le sue radici, ruppe le sue fronde. L’acqua dell’Eufrate lo trascinò via.
Una donna, rispettosa della parola di An, vi passò accanto, rispettosa della parola di Enlil, vi passò accanto,
essa prese l’albero nella sua mano e lo portò a Uruk, nel santo giardino di Inanna essa lo portò.
dopo che dieci anni furono passati, l’albero crebbe imponente, ma il suo tronco non aveva foglie.
Nelle sue radici un serpente che non teme magia vi aveva fatto il nido; nei suoi rami l’aquila Anzu vi aveva deposto i suoi piccoli;
nel suo tronco la Vergine lillake vi aveva costruito la sua casa”.

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LA DEA NISABA

di Inanna Adamas

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La storia dell’Astrologia si perde nella notte dei tempi. Risale, infatti, a 2200 anni prima della nostra Era il cosiddetto Sogno di Gudea, il governatore Sumero della regione di Lagaš, in Mesopotamia. Questi aveva ricevuto in sogno l’ordine di costruire un nuovo tempio al dio Ningirsu e non sapendo che cosa fare, racconta alla dea Nanše ciò che aveva sognato. Nel sogno, dunque, gli era apparsa una figura femminile che“… in una mano teneva uno stilo d’argento, sulle ginocchia una tavoletta con le stelle del cielo”.Prosegue,“Vi era un secondo personaggio,con un braccio piegato teneva una tavoletta di lapislazzuli su cui disegnava la pianta di un tempio”.E poco più avanti è lo stesso dio Ningirsu che dice:“Gudea, il segno per la costruzione della mia casa ti darò, le buone stelle del cielo per i miei riti chiamerò a raccolta”.Il personaggio femminile è la Dea Nisaba, la dea che, fra i Sumeri, presiede alla scrittura e all’agricoltura, il cui nome ha come significato primario quello di “colei che tiene sulle ginocchia la tavoletta con le stelle del cielo” ed è da considerarsi, perciò, la dea del firmamento. Il secondo personaggio è il dio architetto, Nindub. Appare chiaro, soprattutto dall’affermazione di Ningirsu, che già allora era in voga la pratica della ricerca del tempo più propizio per l’avvio d’iniziative importanti, come poteva essere la costruzione di un tempio. Tuttavia, quel già allora non può essere considerato iniziare in quel pur lontano 2200 a. C., poiché sappiamo che, una volta scoperta la scrittura, fu trascritto tutto ciò che si riteneva importante, facente parte di tradizioni che annoverano già molti secoli alle loro spalle.

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SIN – Il Dio della Luna SIN

Di Inanna Adamas

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SIN. – Dio della Luna nel pantheon sumero, babilonese e assiro. di origine sumera e portava il nome sumero di En-zu, che vorrebbe dire “signore della sapienza” o “signore sapiente”, perché considerato divinità della sapienza. Famosa quale sede principale della sua adorazione era la città di Ur, in lingua babilonese Uru, nella Babilonia meridionale. Nella Mesopotamia la città principale del suo culto era Kharrānu, più tardi chiamata Ḥarrān, dove l’adorazione degli astri si mantenne fino nel Medioevo. Sin era il primo dio della triade astrale, che aveva per seconda e terza divinità Shamash e Ishtar.
La figura del dio della Luna sumero, babilonese e assiro ebbe una vasta area di espansione e ricorre presso alcuni popoli dell’Asia occidentale antica che ebbero stretti rapporti di civiltà con la Mesopotamia. Con ciò non si vuole affermare che questi popoli abbiano appreso l’adorazione della Luna dalle nazioni mesopotamiche, ma soltanto che la forma speciale e l’adorazione di questo dio mesopotamico si diffusero anche presso altri popoli. S. era venerato anche nell’Elam. Dalla Mesopotamia i Mitanni, gli Hurriti e gli Hittiti appresero ad adorare anche S. babilonese e assiro. Lo stesso è da dire degli antichi Cananei ossia degli abitanti pre-ebraici della Palestina e della Siria. Taluni nomi geografici di questi paesi attesterebbero, secondo alcuni, l’adorazione del dio S. Questa figura divina penetrò però anche in Arabia, dove fu adorata tanto nella parte settentrionale quanto in quella meridionale della penisola. Una certa adorazione prestano alla Luna anche gli Yezidi; il nome però del loro Sheikh Sin non ha nulla a che fare col dio babilonese S., ma è una corruzione curda del nome arabo Ḥasan.

L’ORDINE DELL’ANTICO SERPENTE…

Di DINO VITAGLIANO

tratto da http://www.libriperevolvere.it

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Il simbolo più antico del mondo è il serpente, animale affascinante e misterioso che popola da sempre i nostri sogni. La sua storia ha origini molto remote come il culto, tramandato nei millenni da un gruppo ristretto di iniziati.
Ogni popolo venerava il rettile con riti complessi, legati a un sapere ancestrale confluito poi nell`arte sacra e nei miti, sorta di multiformi capsule temporali.
Un raffronto a livello cronologico e antropologico tra lontane civiltà penetra in parte il messaggio che lasciarono, evidenziando numerose somiglianze e ricostruendo la genealogia di un simbolo immortale.

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IL RITORNO DEGLI ELOHIM

Di Inanna Adamas

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In ogni cultura sulla Terra si attende la venuta di un Messaggero, sia egli il Maitreya del Buddismo, il Messia ebraico, il Paraclito dei Cristiani o qualsiasi altro nome abbia presso le diverse popolazioni.

Da tempo il nome elohim circola con insistenza fra i risvegliati in cammino verso l’imminente ascensione e c’è chi giura che gli Elohim stiano arrivando (o tornando?)
Intanto, chi sono gli Elohim? La parola ebraica indica “coloro che sono venuti dal cielo” ma anche “coloro che hanno vita in se stessi” (sono fonte di vita) e rimarca la natura divina di queste figure misteriose che suscitano grandi interrogativi fra gli esegeti biblici e gli studiosi di esoterismo. Da sempre, si attribuiscono agli Elohim caratteri divini. Nelle antiche lingue semitiche, infatti, Elohim è un nome proprio che definisce Dio. Nel Libro della Genesi (1,26) è scritto: “Dio disse: facciamo l’uomo con la nostra immagine, a nostra somiglianza” e ancora “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi”. Noi chi? Perché Dio parla al plurale?
Una possibile risposta è che Dio utilizza il plurale maiestatis. Forse per rimarcare la sua regalità o perché ci hanno insegnato che è Uno e Trino. Una cosa è certa: l’Antico Testamento fa un po’ di confusione sull’argomento.
Il ventaglio appare ampio: gli Elohim potrebbero essere dei, angeli o… creature di altri mondi (gli esseri di natura non divina della visione di Giovanni?) al cospetto dei quali i nostri avi provarono paura, ammirazione e deferenza, al punto di divinizzarli.
Gli Annunaki svolsero un ruolo importante nell’evoluzione della civiltà umana ed è possibile che fossero essi stessi degli Elohim. Di fatto, l’etichetta “elohim” potrebbe essere conforme a tutti i popoli e le civiltà extraterrestri che in un remoto passato hanno visitato la terra e sono stati scambiati per divinità. Nulla ci vieta di credere che gli dei del Pantheon greco, dell’America precolombiana, delle saghe nordiche, dei miti mesopotamici, dell’antico Egitto, dell’India vedica e di molte altre culture siano realmente vissuti e che in virtù della loro natura extraterrestre (e dei loro poteri) siano stati divinizzati dagli uomini.
Ho sentore che il conto alla rovescia sia iniziato e che presto la domanda posta nel titolo avrà una risposta esaustiva oltre che sorprendente. Ciò che più conta, però, è che “coloro che sono venuti dal cielo” siano alle porte. Come Annibale nell’era di Roma, solo che al posto degli elefanti presto scorgeremo tante arche stellari stazionanti nei cieli della Terra.
Anunnaki Ishkur.

ADAD (ISHKUR)

Di Inanna Adamas

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Adad in accadico e Ishkur in sumero sono i nomi del dio della tempesta del pantheon assiro-babilonese, il logogramma che rappresenta entrambi i nomi è DIM. Il dio accadico Adad è parente di nome e di funzioni con il dio semitico Hadad….ma Hadar l’uomo del mondo rettificato (ripulito).

Altri nomi Hadad, Ishkur
Anno di Origine 2.200 a.C.
Genitore(i) Anu
Partner(s) Shalash
Aspetti della Divinità: Tempeste, tuoni
Maggiori Luoghi Di Culto: Karkara (Babilonia), Assur (Accadia)
Periodo di attività del culto 2,200 – 800 a.C.

Il centro del culto babilonese di Adad / Ishkur fu Karkara, il tempio principale era quello di E. Karkara e la sua sposa, Shala, venne adorata in un tempio chiamato E. Durku. Tra gli Assiri, però, il culto venne sviluppato negli aspetti che riguardavano soprattutto le battaglie/guerre. Dal regno di Tiglath-Pileser I (1115-1077 aC), Adad ebbe un doppio santuario ad Assur, che condivise con Anu. Il dio Anu viene spesso associato a Adad nelle invocazioni. Il nome Adad e le sue varianti/soprannomi (Dadu, Bir, Dadda) vennero spesso utilizzati dai re assiri.

E’ possibile leggere il nome di Ishkur nell’elenco degli dèi trovato a Fara, ma risulta di importanza minore rispetto all’Adad accadico, probabilmente perché le tempeste e le piogge erano scarse nella parte meridionale dell’antica Babilonia. Le divinità Enlil e Ninurta, inoltre, possedevano le caratteristiche del dio della tempesta, il che diminuì ulteriormente il carattere distintivo di Ishkur. A volte appare come assistente o accompagnatore di uno dei due.

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ISAIA

Di Inanna Adamas

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Ciò che lascia senza fiato sono i dettagli dei contenuti presenti nella Bibbia Kolbrin. Secondo molti studiosi questi antichi manoscritti descrivono chiaramente la distruzione di Atlantide, il Diluvio Universale di Noè e l’Esodo. Questi imponenti cataclismi sarebbero stati provocati dai passaggi ciclici di una Stella Oscura che arriverebbe ad orbitare molto vicina al nostro Sistema Solare (se non addirittura al suo interno). L’orbita di questa stella incrocia periodicamente quella del Sole, proprio come se facesse parte dello stesso sistema stellare. La cosa più sconcertante è che questo Astro misterioso potrebbe essere la compagna binaria del Sole. Una teoria che negli ultimi anni sta sempre più diventando realtà. Nella Bibbia Kolbrin questo Astro Oscuro viene chiamato il Distruttore.

Gli uomini dimenticano i giorni del Distruttore, ma chi è saggio non dimentica quanto mostruosa fu la Sua maestosità nell’ergersi dominante tra i cieli, nella sua terribile forma infuocata avvolta da fumo e ceneri più scure del buio della notte, mentre una grandine mista fuoco cadeva copiosa sulla Terra, seminando morte e distruzione.

Implacabile e spietato il Distruttore semina Giustizia per “volere di Dio”

Si dice che Dio manderà il Distruttore per purificare la Terra: “Egli non è un angelo di Satana ma di Dio, che compie la sua opera di distruzione per ordine di Dio”.
“…e io ho creato anche il Distruttore per devastare” (Isaia 54 – Bibbia).

Isaia è uno dei profeti biblici ed è considerato uno dei profeti più importanti di tutta la Bibbia. Egli riportò dei passaggi importanti sul “Distruttore” che non furono occultati:

“Perciò ascoltate la parola del Signore,
uomini arroganti,
signori di questo popolo
che sta in Gerusalemme”:
«Voi dite: Abbiamo concluso
un’alleanza con la morte,
e con gli inferi
abbiamo fatto lega;
il flagello del distruttore, quando passerà,
non ci raggiungerà;
perché ci siamo fatti della menzogna un rifugio
e nella falsità ci siamo nascosti».
(Isaia 28 – Bibbia)

Queste potrebbero rappresentare le convinzioni degli uomini che detengono il potere sulle masse e che nel mondo moderno credono di avere il controllo su ogni tipo di situazione. Curioso come coincida anche con quel patto con il male grazie al quale molti uomini si sentono forti e intoccabili.

Isaia descrive l’immediata risposta di Dio:
“Dice il Signore Dio”:
«Ecco io pongo una pietra in Sion,
una pietra scelta,
angolare, preziosa, saldamente fondata:
chi crede non vacillerà».
Questa frase di Dio indicherebbe ai credenti la via della salvezza.

Poi continua:
«Io porrò il diritto come misura
e la giustizia come una livella.
La grandine spazzerà via il vostro rifugio fallace,
le acque travolgeranno il vostro riparo.
Sarà cancellata la vostra alleanza con la morte;
la vostra lega con gli inferi non reggerà.
Quando passerà il flagello del distruttore,
voi sarete la massa da lui calpestata».
Questo passaggio descrive chiaramente quanto il Distruttore non avrà pietà per gli uomini che non hanno saputo arricchire la propria coscienza seguendo un vero Credo, dissociato da dottrine strumentalizzate. Nemmeno il più resistente dei bunker potrà salvarli dalla Giustizia Divina.

Infine Dio sottolinea che:
«Ogni volta che passerà,
vi prenderà,
poiché passerà ogni mattino,
giorno e notte.
E solo il terrore farà capire il discorso».
Troppo corto sarà il letto per distendervisi,
troppo stretta la coperta per avvolgervisi».

Isaia fa espressamente capire che non vi è speranza per chi ha scelto le vie del male. L’unico rifugio verrà “trovato” solamente dai veri credenti. Esso si “aprirà” dinanzi a loro.

Infiniti Rinnovi Evolutivi
Sembrerebbe che l’umanità arrivi ciclicamente ad aver “bisogno” di un rinnovo e forse tutto questo fa parte di una scelta voluta dal Grande Spirito. Un giorno comprenderemo il motivo per cui il Creatore ha dato origine a sistemi stellari multipli in tutto l’Universo.

L’uomo è eternamente distratto, difficilmente “scavalca” i confini dell’ignoto e mentre attorno a lui tutto pare essere stabile e sicuro, l’incessante tragitto dell’intero Sistema Solare si addentra nelle zone più inesplorate della Galassia. Gli uomini continuano imperterriti nella loro “storica regressione” senza fine, inconsapevoli che il Sole verrà nuovamente attaccato dalla Stella della Morte, il Distruttore.
Il Sistema Solare probabilmente fa parte di un sistema binario che porta ciclicamente il Distruttore ed il Sole ad avvicinarsi reciprocamente, questo darebbe luogo ad un’interazione di proporzioni bibliche tra le due stelle, un vero scontro distruttivo tra titani di fuoco che arriverebbe a coinvolgere entrambi i sistemi planetari appartenenti alla propria stella.
Ciò che lascia senza fiato sono i dettagli dei contenuti presenti nella Bibbia Kolbrin. Secondo molti studiosi questi antichi manoscritti descrivono chiaramente la distruzione di Atlantide, il Diluvio Universale di Noè e l’Esodo. Questi imponenti cataclismi sarebbero stati provocati dai passaggi ciclici di una Stella Oscura che arriverebbe ad orbitare molto vicina al nostro Sistema Solare (se non addirittura al suo interno). L’orbita di questa stella incrocia periodicamente quella del Sole, proprio come se facesse parte dello stesso sistema stellare. La cosa più sconcertante è che questo Astro misterioso potrebbe essere la compagna binaria del Sole. Una teoria che negli ultimi anni sta sempre più diventando realtà. Nella Bibbia Kolbrin questo Astro Oscuro viene chiamato il Distruttore. Gli uomini dimenticano i giorni del Distruttore, ma chi è saggio non dimentica quanto mostruosa fu la Sua maestosità nell’ergersi dominante tra i cieli, nella sua terribile forma infuocata avvolta da fumo e ceneri più scure del buio della notte, mentre una grandine mista fuoco cadeva copiosa sulla Terra, seminando morte e distruzione. Implacabile e spietato il Distruttore semina Giustizia per “volere di Dio” Si dice che Dio manderà il Distruttore per purificare la Terra: “Egli non è un angelo di Satana ma di Dio, che compie la sua opera di distruzione per ordine di Dio”. “…e io ho creato anche il Distruttore per devastare” (Isaia 54 – Bibbia). Isaia è uno dei profeti biblici ed è considerato uno dei profeti più importanti di tutta la Bibbia. Egli riportò dei passaggi importanti sul “Distruttore” che non furono occultati: (Isaia 28 – Bibbia) “Perciò ascoltate la parola del Signore, uomini arroganti, signori di questo popolo che sta in Gerusalemme”: «Voi dite: Abbiamo concluso un’alleanza con la morte, e con gli inferi abbiamo fatto lega; il flagello del distruttore, quando passerà, non ci raggiungerà; perché ci siamo fatti della menzogna un rifugio e nella falsità ci siamo nascosti». Queste potrebbero rappresentare le convinzioni degli uomini che detengono il potere sulle masse e che nel mondo moderno credono di avere il controllo su ogni tipo di situazione. Curioso come coincida anche con quel patto con il male grazie al quale molti uomini si sentono forti e intoccabili. Isaia descrive l’immediata risposta di Dio: “Dice il Signore Dio”: «Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non vacillerà». Questa frase di Dio indicherebbe ai credenti la via della salvezza. Poi continua: «Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella. La grandine spazzerà via il vostro rifugio fallace, le acque travolgeranno il vostro riparo. Sarà cancellata la vostra alleanza con la morte; la vostra lega con gli inferi non reggerà. Quando passerà il flagello del distruttore, voi sarete la massa da lui calpestata». Questo passaggio descrive chiaramente quanto il Distruttore non avrà pietà per gli uomini che non hanno saputo arricchire la propria coscienza seguendo un vero Credo, dissociato da dottrine strumentalizzate. Nemmeno il più resistente dei bunker potrà salvarli dalla Giustizia Divina. Infine Dio sottolinea che: «Ogni volta che passerà, vi prenderà, poiché passerà ogni mattino, giorno e notte. E solo il terrore farà capire il discorso». Troppo corto sarà il letto per distendervisi, troppo stretta la coperta per avvolgervisi». Isaia fa espressamente capire che non vi è speranza per chi ha scelto le vie del male. L’unico rifugio verrà “trovato” solamente dai veri credenti. Esso si “aprirà” dinanzi a loro. Infiniti Rinnovi Evolutivi Sembrerebbe che l’umanità arrivi ciclicamente ad aver “bisogno” di un rinnovo e forse tutto questo fa parte di una scelta voluta dal Grande Spirito. Un giorno comprenderemo il motivo per cui il Creatore ha dato origine a sistemi stellari multipli in tutto l’Universo. L’uomo è eternamente distratto, difficilmente “scavalca” i confini dell’ignoto e mentre attorno a lui tutto pare essere stabile e sicuro, l’incessante tragitto dell’intero Sistema Solare si addentra nelle zone più inesplorate della Galassia. Gli uomini continuano imperterriti nella loro “storica regressione” senza fine, inconsapevoli che il Sole verrà nuovamente attaccato dalla Stella della Morte, il Distruttore. Il Sistema Solare probabilmente fa parte di un sistema binario che porta ciclicamente il Distruttore ed il Sole ad avvicinarsi reciprocamente, questo darebbe luogo ad un’interazione di proporzioni bibliche tra le due stelle, un vero scontro distruttivo tra titani di fuoco che arriverebbe a coinvolgere entrambi i sistemi planetari appartenenti alla propria stella.

La vera natura del “magico Shamìr” di Inanna Adamas – Parte II

Di Inanna Adamas

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LO SHAMIR E I SUOI PARENTI

Oltre agli animali fantastici, dei quali le antiche tradizioni abbondano, tutti i miti parlano spesso e volentieri di varie piante dalle magiche proprietà, purtroppo di difficile identificazione perché citate con nomi diversi e descritte in modo ambiguo. Il motivo è semplice: a differenza dagli animali favolosi, che compaiono sulla scena autonomamente, dotati come sono di esistenza e volontà proprie, le piante “prodigiose” si possono cercare, raccogliere ed utilizzare per gli scopi ai quali si crede siano adatte, e chiunque lo può fare. Tutta l’antica farmacopea è basata su questo. Ma è ovvio che, se l'”iniziato” intende conservare il potere che gli deriva dai suoi speciali “filtri” o “pozioni” (d’amore, di morte, di forza o d’immortalità), deve mantenerne segreti non solo i procedimenti di preparazione, ma innanzitutto gli ingredienti, e nella fattispecie le piante che li compongono. Troviamo quindi una quantità di vegetali capaci di prestazioni eccezionali in ogni campo, ma sfortunatamente non riconoscibili, o per via di informazioni scarse e/o fuorvianti, o perché realmente ormai estinti e introvabili. Tale era per esempio la misteriosa pianta subacquea che “ha spine come il rovo, come la rosa”, trovata da Gilgamesh in fondo all’Abzu (ma in seguito perduta), e che avrebbe dovuto restituirgli la svanita giovinezza. Oppure l’altrettanto enigmatica “pianta del parto” o “della nascita”, che avrebbe consentito ad Etana (secondo la “Lista reale Sumerica”, tredicesimo re di Kish dopo il Diluvio) di avere finalmente dalla sua sposa un erede, e per cogliere la quale – primo essere umano nella storia – quel sovrano volò fino in cielo sulle ali dell’aquila. Ma moltissime altre sono, nelle leggende, le piante miracolose (22). E vedremo poi che con impressionante frequenza ad esse è associato un qualche volatile, dotato anch’esso di inusuali caratteristiche e spesso di grandi dimensioni. Nel sud dell’Iraq e nell’Iran occidentale, le tradizioni dell’antichissima religione dei mandei, o sabei, parlano appunto del grande uccello Simurgh, che ha profonde conoscenze di saggezza segreta e che possiede un elisir che guarisce tutte le ferite, purifica ogni sostanza, ringiovanisce il corpo, prolunga la vita e rende invulnerabili. Nei miti iraniani quell’elisir viene chiamato col termine avestico di “haoma” ed è prodotto anche qui da una pianta, forse da una liana rampicante della famiglia delle Gnetacee, l’Ephedra, che cresce in cima ai monti o nelle valli più nascoste; ma potrebbe essere stato estratto anche dal fungo Fly-Agarico, allucinogeno usato dagli sciamani da 10.000 anni e letteralmente adorato come un dio (o era, magari più verosimilmente, alcool?). L'”haoma”, che fortifica e dà poteri soprannaturali ma ha anche effetti intossicanti, viene custodito, in questa versione, dall’uccello Saena, che lo concede agli dei ed in qualche caso anche agli uomini, ma solo a quelli particolarmente meritevoli. Per gli indù è invece il mitico Garuda, mezzo gigante e mezzo aquila, che gestisce l’Ambrosia o Amrita, nettare inebriante o “soma” (in sanscrito; corrisponde all'”haoma”) importantissimo nei riti della religione vedica, che dà poteri superiori agli dei “asura” e li rende immortali. Pure in questo caso, il “soma” è tratto da una pianta – generalmente identificata con una liana rampicante della famiglia delle Asclepiadacee – che cresce su di un albero, vicino al Monte Elburz dove vivevano gli uomini-uccello, noto solo a questi. E’ probabile che alla base di questo mito ci sia una antica origine comune con l'”albero della vita” della Genesi, che avrebbe reso gli uomini onniscienti, immortali e simili agli dèi. Come si vede, l’àmbito geografico di diffusione di questa leggenda (o meglio corpus di leggende, che vede protagonista di un qualche “portento” un pennuto cui è affidata la custodia di una pianta prodigiosa) è assai vasto, spaziando dalle rive del Mediterraneo (attraverso l’Asia Minore, l’Anatolia e la Mesopotamia, fino alla valle dell’Indo) a quelle dell’Oceano Indiano. E non solo, poiché la ritroviamo perfino nelle lontane Americhe. Quanto poi alla sua antichità, si perde nella notte dei tempi. Ma ciò di cui più in particolare volevo parlarvi sono i “parenti” dello Shamìr, anch’essi sparpagliati un po’ in ogni dove; e non solo nel Vecchio Mondo, giungendo fino al Giappone, bensì – inaspettatamente – pure nel Nuovo, in Perù, Guatemala, Messico, Bolivia, per non citare che gli esempi che ho potuto vedere con i miei occhi. E ora la cosa si fa ben più interessante, e dobbiamo dire che siamo molto fortunati, perché infatti abbiamo il vantaggio di poter disporre non solo dei documenti scritti che riportano favole e leggende, ma di antichissimi manufatti realizzati con tecniche riconducibili soltanto alle affermate proprietà dello Shamìr. Tutti li conoscete. Mura megalitiche fatte con blocchi di dimensioni mostruose messi in opera con precisione millimetrica, inumana. Minute, delicatissime incisioni su pietre di estrema durezza. Oggetti, in pietra altrettanto dura, lavorati come fossero modellati in creta. Senza attrezzi metallici, come voleva Salomone, poiché metalli adatti non ce n’erano. Ma andiamo con ordine. Una leggenda iraniana senza tempo narra, tra le altre cose, che il re Zal appena nato fu “esposto” dal padre ed allevato – guarda caso – dal “nobile avvoltoio” Simurgh, il quale in questo racconto ricopre anche (in occasione della difficile nascita del figlio di Zal: si parla nientemeno che del primo taglio cesareo della storia) il ruolo di ostetrico, chirurgo e perfino anestesista. Ma ciò che qui più importa è che tanto Zal, una volta salito al trono, che la sua sposa “splendevano” per la presenza di un'”essenza divina”, chiamata “farr” o “khvarnah” (“Fortuna del Re” e “Gloria di Dio”), la quale permetteva di scavare le sostanze più dure, forgiare metalli e addirittura conoscere la natura di Dio. Senza di essa, tangibile simbolo dell’investitura celeste, un re non poteva regnare. Sull’altopiano anatolico, a Catal Huyuk (la cui età di almeno 8500 anni è documentata, oltre che dalla datazione al carbonio 14, da un “murale” che rappresenta l’eruzione – avvenuta nel 6200 a.C. – su quella città del vulcano dalle due cime Hasan Dag), una cultura molto progredita, la quale già praticava la metallurgia del rame e del piombo, comparve all’improvviso: sorprendentemente, il minerale più usato, e trattato con notevole perizia tecnologica, era l’ossidiana, che nella “scala delle durezze” di Mohs occupa il settimo posto. Vi pare normale? Ma quel materiale, importato dalle stesse zone, veniva lavorato circa a quell’epoca anche a Gerico dai natufiani proto-neolitici, e ancor prima (fin dal 10.000 a.C.) sui Monti Zagros, a Nimrud Dag, in Armenia, sul Lago Van. La finissima esecuzione di lavori in ossidiana è anche una delle più salienti caratteristiche della cultura che in Cappadocia, a partire dal 9500 a.C., costruì qualcosa come 36 città sotterranee articolate su 18-20 livelli e in grado di ospitare una popolazione da 100.000 a 200.000 anime. Scavate nella viva roccia, le abitazioni (che i locali chiamano “camini delle fate”, poiché le credono opera degli “angeli caduti” e tuttora abitate dagli Jinn o dalle Peri ) sono collegate fra loro da una rete di tunnel alti anche più di due metri, e oltre a ciò sono aerate da numerosi condotti di ventilazione, lunghi molti metri e con un diametro medio di 4 centimetri. Scavati come? Ma è soltanto qualche millennio più tardi, quando improvvisa poco dopo il 4000 a.C. esplose la grande civiltà del “Paese fra i due fiumi”, seguìta dappresso da quella egizia, che ebbe inizio in questa parte del mondo allora conosciuto quella straordinaria produzione di oggetti d’uso ma più che altro di opere d’arte in pietra, che ci lascia tuttora ammirati, ma anche perplessi e sconcertati per la sua incredibile accuratezza in rapporto agli utensili (o almeno a quelli a noi noti) di cui si presume l’impiego. Perché qui, signori miei, si sta parlando di incisioni – figure e scritte – delle dimensioni massime di un paio di centimetri, eseguite sul quarzo (durezza 7), sul diaspro (idem), sull’onice di pietre da sigillo o da ornamento, in gran parte riportate alla luce dagli scavi in Mesopotamia e in Egitto (23): iscrizioni il cui spessore a volte non supera 0,16 millimetri. Mentre ci è difficile persino raffigurarci la misura e l’aspetto del morsetto che necessariamente doveva tenerle ferme durante il lavoro del bulino, è stato calcolato che quelle pietre debbono essere state lavorate con punte resistentissime da mm 0,12. Di che materiale? E di che materiale erano fatti gli strumenti con i quali venne scolpita la statua in diorite di Gudea di Lagash, che ha più di 4000 anni? O la stele famosa del Codice di Hammurabi, di poco posteriore, dove il basalto nero è tutto coperto da una minutissima e nettissima scrittura cuneiforme che pare impressa nell’argilla o nella cera? Tutti questi manufatti e infiniti altri – meravigliosi nell’aspetto e di fattura perfetta – sembrano eseguiti con la massima facilità, come se la solida pietra fosse stata semplicemente plasmata, e non violentemente colpita con rozzi attrezzi primitivi, tenacemente scavata, levigata e lucidata per un tempo interminabile. Parrebbe che quei materiali avessero subìto una lenta, silenziosa dissoluzione chimica, piuttosto che l’aggressione di un impatto meccanico. Un testo specifico (“Le pietre magiche”, di Santini De Riols) ci dice che per lavorare queste pietre destinate al culto veniva usato un “punteruolo consacrato”; ma non riesco davvero a immaginare di che tipo di attrezzo si trattasse. L’unico modo conosciuto per intervenire su materie di quella durezza è quello di scalfirle – con santa pazienza oppure, al giorno d’oggi, utilizzando altissime velocità di rotazione – con un arnese di forma adatta, fatto di qualcosa di ancora più duro. Ma non esistono molte sostanze più dure di quelle sopra citate, anzi non ne esiste alcuna tranne il diamante che le vince tutte, ma che però a quel tempo non veniva ancora normalmente impiegato. La Bibbia in alcune delle diverse versioni che riportano l’elenco delle gemme del pettorale di Aronne cita, è vero, anche il “diamante”, ma la cosa è fortemente improbabile per vari motivi: benché ritenuta anch’essa carica di energie misteriose, questa pietra non era usata innanzi tutto perché la tecnica non aveva fino ad allora raggiunto (e non l’avrebbe fatto per un lunghissimo tempo ancora) il livello indispensabile per saperla tagliare; in secondo luogo, le pietre colorate piacevano molto di più del cristallino e incolore diamante, che dà ben poca soddisfazione all’occhio a meno che non sia adeguatamente sfaccettato. E comunque, stiamo parlando del diamante non in quanto pietra ornamentale, bensì di un suo eventuale uso come strumento di lavoro: per cui, anche in questo caso, valgono le considerazioni di alto costo e di difficile reperibilità già sopra esposte. Tanto più se l’oggetto da lavorare era di grandi o magari grandissime dimensioni. L’ingegner Pincherle, che di queste cose se ne intende, afferma invece che su quelle opere sono visibili i segni dello scalpello, che doveva essere di ottimo acciaio (strumenti in rame oppure in bronzo, qualora non si fossero sbriciolati sotto la pressione e l’attrito, avrebbero immediatamente “perso il taglio”, e avrebbero dovuto essere continuamente riparati ed affilati) (24). Abbiamo, però, un piccolo problema. Allo stato attuale delle nostre conoscenze, al tempo di cui si parla non solamente non esisteva ancora niente di paragonabile a “un ottimo acciaio”, ma il ferro stesso (per quanto riguarda attrezzi ed utensili) era ben di là da venire. Gli unici metalli a quell’epoca disponibili, per quel che troviamo scritto e per quanto l’archeologia ci ha restituito, erano tutti metalli teneri (rame, argento, oro, piombo, stagno, o – nella migliore delle ipotesi – rame martellato e leghe di bronzo), inadatti alle lavorazioni richieste. Ergo, a questo interrogativo tecnico non c’è risposta. E anzi, dobbiamo per di più retrodatare questo mistero ad epoche anche più remote, dato che a quanto pare le prime statue in diorite, eseguite da quelli che erano i migliori tagliatori di quei tempi, cioè gli ioni e i sardiani, risalgono all’epoca di Sargon il Grande di Accad, attorno al 2350 a.C. Che è poi, almeno secondo la cronologia ufficiale, più o meno il periodo in cui in Egitto furono erette le piramidi. Ma qui la datazione d’inizio di questo tipo di lavorazione sprofonda ancor più nel passato. Perché le cose più mirabolanti le troviamo, fin dai primordi stessi di quella civiltà, proprio nell’antico paese del Nilo: una terra dove, a differenza di Sumer o Babilonia, abbondano sia le pietre preziose che, precipuamente, quelle da opera. “Civiltà della pietra”, la chiamano anche infatti. Dai siti di “Naqada” dell’oscuro e lontanissimo periodo predinastico (cultura gerzeana, 3500-3100 a.C.), dalle principesche tombe protodinastiche di Abidos, dai sotterranei della piramide di Zoser a Saqqara sono tornati alla luce quantitativi incredibili (più di 30.000 esemplari solo in quest’ultimo sito) di stupendo vasellame – integro o in pezzi – di svariatissimo disegno, e innumerevoli altri articoli, in ogni sorta di materiale litico. Non solo i più trattabili alabastro, ardesia, scisto o calcare, ma diorite, quarzite, granito (minerale anche in seguito molto amato in Egitto), basalto e loro varietà. I vasi, le coppe e tutti gli altri recipienti rinvenuti, pezzi di grande raffinatezza, con pareti dallo spessore minimo, simmetrici, rifiniti e levigati in maniera ineccepibile, sembrano lavorati al tornio: cosa che si ritiene decisamente impossibile. Molte delle anfore – scavate ed a volte perfino incise all’interno non si capisce come – hanno un collo sottilissimo, elegantemente allungato, e un’imboccatura così stretta che non ci passa nemmeno un dito. Fra i reperti datati al periodo più antico c’è anche una lente di cristallo, talmente perfetta che sembra molata meccanicamente. Il più antico nome di un sovrano ritrovato a Saqqara è quello di Narmer, che fu forse Menes, il leggendario unificatore dei due regni del Basso e dell’Alto Egitto: è inciso su di una coppa di porfido (avete presente il porfido? ci si fanno le pavimentazioni stradali). E di lì in poi – sparse ovunque – decine di migliaia di oggetti piccoli e grandi di tutte le specie, di statue, obelischi (alti fino a 73 metri, dice Plinio), stele, e centinaia di migliaia, anzi milioni di blocchi da costruzione e di rocchi di colonne, e chilometri quadrati di bassorilievi incisi, scolpiti, di geroglifici iscritti su quelle durissime rocce (25). Ora, secondo voi, gli egiziani amavano soffrire e rendersi la vita difficile? Non avrebbero potuto scegliersi, per fare le loro opere d’arte, qualche altro sasso meno ostico? O forse usavano quei materiali perché in realtà non erano poi tanto impegnativi da lavorare – per loro, allora – quanto sembrano a noi oggi? In altre parole, può essere che conoscessero un altro metodo per tagliare, squadrare, dar forma alla pietra, un sistema diciamo così di pretrattamento che si avvaleva di un principio corrosivo, chimico, più che della forza bruta o dell’insistenza? (a me, per la verità, il discorso che “ma avevano tanto tempo a disposizione” è sempre sembrato una grossa sciocchezza). La cosa, date le loro profonde e vastissime conoscenze in ogni campo dell’alchimia, non dovrebbe stupire e non è nemmeno impossibile, come cercherò di dimostrarvi. La tradizione, in effetti, afferma che i “sapienti” egiziani avevano messa a punto (a meno che non l’avessero ereditata o importata da qualche altra zona geografica) una speciale “mistura vegetale” in grado di disgregare superficialmente qualunque – sia pur durissima – roccia o pietra e di trasformarla in una sorta di malleabile pasta (quella sì, lavorabile con i normali strumenti in rame o in bronzo) la quale, una volta evaporato quella specie di “solvente”, si sarebbe ricompattata rendendo all’oggetto l’aspetto e la consistenza originari. Ad appoggiare questa tesi potrebbe esserci più di una prova. Guardate, ad esempio, la precisione di ogni amorevole dettaglio delle sculture a tutto tondo in granito o in basalto, e ditemi se non sembra anche a voi che quei minuziosi particolari siano stati modellati con la stecca piuttosto che scavati a colpi di scalpello. Lo stesso si può dire per la tecnica con la quale nei rilievi di Saqqara il fondo è stato mantenuto perfettamente piano (il che, lasciatelo dire a me, è una delle cose più difficili da fare), dove l’asportazione di tutto il materiale superfluo pare ottenuta livellando o spianando una sostanza cedevole anziché scheggiando con la sgorbia la dura pietra. Parlo però in prevalenza delle opere più antiche, e comunque di quelle più accurate, e presumibilmente più costose. Infatti io penso che più tardi quell’arte andò perduta, o perché l’applicazione di quel metodo era divenuta eccessivamente onerosa, o per la cessata disponibilità di quella materia prima, o per un qualche altro motivo. Tanto è vero che – come si può vedere – mentre agli inizi i simboli geroglifici aggettavano sui pannelli, in seguito verranno più semplicemente scavati nel loro spessore. E che molti dei rilievi successivi, rinunciando a qualsiasi pretesa di profondità, mostrano soltanto una grossolana incisione tutto attorno alle figure le quali, appena vagamente arrotondate ai margini, non emergono per niente dal fondo del quale sono allo stesso livello, per cui tecnicamente non si potrebbero nemmeno più chiamare bassorilievi (26). Ma c’è dell’altro. Tutti sanno che la Grande Piramide, per citare solo quella, è stata costruita a secco, e che i blocchi che la compongono non sono legati con malta. E’ stato trovato però, fra un corso e l’altro dei blocchi e pure tra le giunzioni verticali, un sottilissimo strato di materiale inidentificato, del quale si sa tuttavia che contiene residui vegetali. Era forse quel misterioso “solvente” che, consumando e livellando la superficie irregolare delle pietre, ne consentiva la perfetta sovrapposizione, agendo inoltre quasi come un collante? Possiamo escluderlo? Se fosse vero ciò che vi suggerisco, si potrebbe anche fare l’interessante osservazione che, in tal caso, quanto maggiore era il peso delle pietre sovrapposte, tanto più coerente e solida sarebbe riuscita la costruzione, per via della pressione esercitata che – con l’aiuto della reazione chimica – avrebbe fatto combaciare e, per così dire, cementato assieme quei massi semplicemente appoggiati l’uno sull’altro (come si sa, il peso medio dei blocchi di calcare della Grande Piramide è di circa 2,5 tonnellate, per non parlare di quelli granitici – il cui peso arriva forse a 200 tonnellate – della struttura interna, per la quale rimando agli studi di Pincherle) (27). Usando quel materiale, inoltre, sarebbero stati ben più agevoli di quanto si pensi l’estrazione ed il taglio dei blocchi in cava: un problema al quale tuttora non abbiamo saputo dare spiegazioni davvero esaurienti. Certo che quell’arte – come anche quella di movimentare e sovrapporre massi di peso ed ingombro immani -andò perduta, o venne comunque abbandonata quella tecnica. E come si spiegherebbe se no il fatto che, dopo il periodo di splendore della costruzione delle grandi piramidi in pietra, tutto quel che di “piramidale” ci rimane delle epoche più tarde sono soltanto dei miserabili e informi mucchi di mattoni semicrudi, che piano piano finiscono di disfarsi in polvere sotto lo spietato sole del deserto? Come a Nippur, come a Ur, regni di argilla. Ma torniamo a noi, perché vorrei parlarvi ancora un momento di un solo ultimo esempio di ciò che, a parer mio, può essere stato realizzato unicamente con “qualcosa” che sembra essere fratello gemello del mio Shamìr. Abbiamo già parlato (nota 25) del cosiddetto “sarcofago” posto nella cosiddetta “camera del re” nel cuore della Grande Piramide (cosiddetta “di Cheope”, o Khufu) sulla piana di Giza, perciò del suo aspetto sapete già ogni cosa. Il problema che a me interessa però è solamente quello della realizzazione tecnica di questo oggetto. Per la precisione, della realizzazione del suo interno, poiché di quel sarcofago, o vasca, o cassa che sia (e può aver contenuto, per quel che ne sappiamo, qualunque cosa: oggetti o spoglie mortali), ciò che è più incomprensibile è il come sia stato svuotato. A meno di non accogliere l’ipotesi di Flinders Petrie, il quale in questo caso suggerisce l’utilizzo di seghe tubolari, sempre in bronzo, in cui erano incastonati diamanti, e che avrebbero dovuto estrarre da quel masso “carote” di granito fino a creare lo spazio interno. Purtroppo però Petrie suppone anche che quelle seghe o quei trapani (manuali, s’intende), per poter penetrare la pietra, avrebbero dovuto ruotare o ad una velocità assolutamente impossibile da raggiungere con i mezzi (noti) dell’epoca, applicando inoltre all’attrezzo una pressione o carico di una o anche due tonnellate. Lascio a voi giudicare. Tra le sabbie della piana di Giza sono stati trovati sia fori cilindrici in blocchi di granito che “carote” della stessa pietra (ma non sappiamo se corrispondente a quella del “sarcofago”), che sono state analizzate dal tecnico utensilista Christopher Dunn (28): all’indagine microscopica questi pezzi mostrano un doppio solco elicoidale eseguito con un trapano – o sega tubolare – che procedeva nella roccia con una velocità di penetrazione media di 2,5 millimetri ad ogni rotazione. Si tenga presente che un trapano moderno, che utilizza le tecnologie ed i materiali più avanzati, compie 900 giri al minuto e penetra nel granito ad una velocità di mm 0,05 per ogni giro. Il che vorrebbe dire che i trapani egizi di 4500 anni fa lavoravano a velocità qualche centinaio di volte superiori rispetto a quelle dei trapani attuali. Mossi da quale energia? Dunn è convinto che la risposta si trovi nell’uso di sconosciuti (e perduti) strumenti a ultrasuoni, che utilizzavano vibrazioni ad alta frequenza: ma non vorrei prender posizione a questo proposito, poiché non ho difficoltà ad ammettere la mia ignoranza su tali argomenti. Quello che invece mi ha colpito di più è un dettaglio degli esami condotti da Dunn, dal quale risulta che l’antico trapano a mano tagliò il quarzo che costituisce il granito più velocemente del feldspato, più tenero, che ne è un’altra componente. E vedrete fra poco che, ai fini dell’individuazione di questo “gemello” dello Shamìr, questo è il particolare più importante. Da tutto quanto sopra detto risulta chiara la convinzione sia di Flinders Petrie che di Dunn che siano stati usati particolari macchinari, ma di ciò non ci sono prove. Io penso invece che non di velocità e pressione si trattasse, né di ultrasuoni: il trapano avanzava veloce perché la pietra non opponeva resistenza; e mi pare più che evidente, in ogni caso, che quel tipo di lavorazioni in generale venisse effettuato trattando la pietra secondo le modalità della plastica anziché secondo quelle della scultura propriamente detta. Ci troviamo di fronte, a quanto pare, a un bell’esempio di applicazione del “rasoio di Occam”: ma io credo che la soluzione più semplice – e quindi la più probabile – sia proprio quella che vi propongo. Ma non pensiate – già ve lo avevo anticipato – che quel particolare procedimento fosse prerogativa ed esclusivo monopolio delle culture del Vecchio Mondo quale noi lo conosciamo. Tutt’altro. Dallo Yucatan a Tula, dall’Ecuador al Titicaca, molte culture precolombiane forniscono spettacolari esempi di scultura ed architettura nei quali sono presenti le stesse caratteristiche: produzione di manufatti realizzati, in pietra, senza nessun uso di strumenti metallici, quasi fossero stati plasmati nell’argilla. Piuttosto che di oggetti di dimensioni contenute – ma pure le statue e gli splendidi rilievi maya, olmechi, toltechi, aztechi, preincaici e inca, come le enigmatiche andesiti incise, le cosiddette “pietre di Ica”, fanno parte dello stesso mistero – si tratta qui però prevalentemente (sto parlando, nella fattispecie, degli impressionanti monumenti del Perù) di costruzioni megalitiche, edificate con blocchi di granito che – a mio avviso – sarebbe stato impossibile assemblare con qualunque altro metodo. E non voglio qui entrare nel merito di come diavolo facessero ad estrarre, trasportare e sollevare massi del peso di varie decine e in qualche caso persino di alcune centinaia di tonnellate (problema posto ugualmente dalle consimili strutture egizie, siriane ed altre), limitandomi ad arrendermi di fronte all’evidenza che – in qualche modo – ci riuscivano: l’ipotesi meno sballata che mi viene in mente è forse proprio quella, già citata, dell’uso – anche qui – di frequenze ultrasoniche, ma l’argomento esula sia dal tema che stiamo trattando che, come ho detto in precedenza, dalle mie competenze. Per cui lascerò che se ne occupi qualcuno più autorevole di me. Ma sovrapporre e incastrare a secco l’uno con l’altro quei massi incredibili è altrettanto arduo da comprendere. La mente si smarrisce nell’osservare i macigni ciclopici, con un numero terrificante di angoli (fino a quaranta) della più varia apertura, che compongono le stupende, perfette mura di Sacsayhuaman, di Ollantaytambo, di Cuzco, di Machu Picchu, collimando in maniera così perfetta che, come si sa, nelle commessure non c’è spazio “nemmeno per un foglio di carta”. Un lavoro del genere in teoria richiederebbe infinite misurazioni, tentativi, prove: cosa impensabile considerandone il peso e il fatto che furono messi in opera senza l’uso di animali da lavoro, né di ruote per argani (29). Sembrano invece, quelle pietre (la cui forma non squadrata è la migliore dimostrazione della grande padronanza delle tecniche antisismiche usate), fuse insieme da una qualche forza misteriosa, schiacciate e compattate dal loro stesso peso l’una contro e sull’altra a mo’di enormi cuscini fino a riempire ogni spazio e interstizio fra loro, come se invece che dure rocce fossero ammassi di morbida mota. O trattate, appunto, con una sostanza corrosiva che ne “condizionò” le superfici di contatto, se non la struttura stessa. Impressione che deriva pure dalla loro faccia esterna, sempre come leggermente “gonfia”, arrotondata, liscia come se fosse stata rifinita semplicemente raschiando via tutte le asperità insieme al materiale in eccesso. D’altronde, questa non è affatto una mia fantasia. In parallelo con i miti e le leggende di àmbito eurasiatico e mediterraneo sopra riportati, anche qui viene fatto riferimento a una non meglio identificata sostanza in grado di ammorbidire la pietra e renderla lavorabile. Ma non sono le sole tradizioni popolari a parlarne, bensì anche autori nostri contemporanei. L’esploratore Percy Fawcett, ad esempio, in un passo di “Operazione Fawcett” dice infatti che gli inca, ereditando le fortezze e le città edificate dalla razza che li aveva preceduti, le restaurarono servendosi delle medesime tecniche costruttive (e cioè di quel “solvente”). E racconta poi un episodio in cui un esperto minerario statunitense, che lavorava nelle Ande del Perù centrale a 4.500 metri di altezza, trovò in una tomba preincaica una giara di terracotta ancora piena di liquido. Quel liquido, versato incidentalmente su di una roccia, dopo circa dieci minuti ne era stato assorbito, “e la roccia era diventata molle come cemento bagnato, come se la pietra si fosse sciolta a guisa di cera sotto l’effetto del caldo”. L’archeologa Mirella Rostaing, dal canto suo, ne “I misteri dei mondi” riporta una conversazione da lei avuta con uno sciamano nei pressi del lago Titicaca a proposito di un tipico cespuglio locale detto “ghacre “. La pianta, che somigliava ad un “rampicante orizzontale” e che manipolata diveniva molliccia e appiccicosa, aveva corroso come un acido buona parte degli stivali dell’archeologa, che ci aveva camminato in mezzo.